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Oggetti misteriosi dal Mondo

INDICE: 1.-Un Aliante egizio, alias l’uccello di Saqqara, 2.- Vimana: le navicelle degli antichi indiani , 3.- Sfere ” fuori dal tempo e dalla materia” , 4.- Lo Zed ,5.-Teschi del Destino, 6.- La Pietra vampiro della Siberia (Una strana pietra che succhia le energie vitali), 7.- Il geode di Coso,  8.- La torre di Balele, uno ziggurat? 9.- Il vaso venuto dal nulla, 10.-Il Meccanismo di Antikythera ,  11.- Gemme d’energia , 

 

              

1.-Un Aliante egizio, alias l’uccello di Saqqara.

Al  Museo  Egizio  del  Cairo si trova un reperto che appare sconvolgente. Per molto  tempo  fu creduto una riproduzione di  un uccello e venne catalogato con il n°6347. Trovato nel 1898 in una tomba a Sakkara solamente nel 1969 il dottor Khalil Messiha si accorse che l’animale era senza gambe, aveva strane ali e una cosa  insolita che era  posta  verticalmente. Gli studiosi allora   esaminarono l’oggetto in modo approfondito e scoprirono che si trattava di un modello  di  aliante  pesante solo 39,12 grammi. Il muso di 3,2 cm e  la fusoliera sono modellati tenendo conto  dell’aereodinamica. Le ali misurano 18 cm e sono leggermente curve, progettate in modo  da  creare  un  vuoto  di  portanza  nella parte  superiore. Il corpo  è  lungo  14 cm  e  il piano della coda è rialzato. Le misure sono ideali per garantire il volo. La scritta “Pa-Diemen”, che lo identifica, significa “dono di Amon, il  signore  del  soffio  d’aria” .

Il  Ministro  della  cultura   egiziano Mohamed  Gamal  El-Din  Moukhar  nominò  nel  1971  un   gruppo  di  esperti   per esaminare la sensazionale scoperta .L’anno successivo fu inaugurato al Museo Egizio delle  Antichità  la  prima  mostra  di  aereoplanini  dell’antico  Egitto ,  con  ben  14 esemplari.

2.- Vimana: le navicelle degli antichi indiani  

L’imperatore indiano Ashoka creò la “Società Segreta dei Nove Uomini Ignoti”: grandi scienziati indiani che avrebbero dovuto catalogare tutte le scienze. Ashoka mantenne il loro lavoro segreto perchè aveva paura che la tanto evoluta scienza catalogata da questi uomini, derivata dagli antichi testi indiani, potesse essere usata per il fine malvagio della guerra. .. I “Nove Uomini Ignoti” scrissero un totale di nove libri, probabilmente uno ciascuno. Uno di essi si intitolava “I Segreti della Gravità!”. .. Probabilmente si trova ancora da qualche parte, custodito in una biblioteca segreta in India, in Tibet o altrove (forse persino in Nord America)… Ashoka, inoltre, era a conoscienza di guerre devastanti nelle quali erano stati utilizzati veicoli particolarmente avanzati e “armi futuristiche” che avevano distrutto l’antico “Impero Rama” dell’India, diverse migliaia di anni prima. Solamente pochi anni fa i cinesi hanno scoperto alcuni documenti sanscriti a Lhasa, in Tibet, e li hanno spediti alla University of Chandrigarh, perchè venissero tradotti. Recentemente, il Dr. Ruth Reyna, di quell’università, ha detto che i documenti contengono istruzioni per la costruzione di navi spaziali interstellari! Il loro metodo di propulsione, ha detto la dottoressa, era “anti-gravitazionale” e basato su un sistema analogo a quello del “laghima”: “una forma centrifuga abbastanza forte da contrastare la forza gravitazionale”, sconosciuto potere dell’ego, presente nella struttura fisiologica dell’uomo. Secondo l’Hyndu Yogis, è questo “l’anghima” che permette ad una persona di levitare. Il Dr. Reyna ha affermato che a bordo di queste macchine, che nel testo erano chiamate “Astra”, gli antichi potrebbero aver inviato una missione di uomini verso qualsiasi pianeta, secondo quello che si legge nel documento, che si ritiene abbia migliaia di anni. Si diceva, inoltre, che i manoscritti rivelassero il sgreto dell’antima”: “il copricapo dell’invisibilità”, e del “garima”: “come diventare pesanti come una montagna di piombo”. 

Naturalmente gli scienziati indiani non presero i testi molto sul serio, ma poi cominciarono a credere di più nella loro validità quando i cinesi annunciarono che avrebbero utilizzato certi dati per la ricerca necessaria al loro programma spaziale! Questo è stato uno dei primi casi in cui un governo ha ammesso di fare ricerche sull’antigravità. I manoscritti non dicevano con certezza se fossero mai stati fatti viaggi interplanetari ma menzionava, tra l’altro, il progetto di un viaggio sulla Luna, sebbene non sia chiaro se questo viaggio sia stato veramente compiuto. [Ma è noto che il Ramayana descrive una battaglia tra Vimana e Valix (veicoli volanti) avvenuta sulla Luna.]… Uno dei grandi testi epici indiani, il “Ramayana”, contiene la storia molto particolareggiata di un viaggio sulla luna a bordo di un Vimana (o “Astra”), ed in effetti descrive una battaglia sulla luna con un “Asvin” (un veicolo di Atlantide). [L’] “Impero Rama” (India settentrionale e Pakistan) .. si sviluppò almeno quindicimila anni fa nel subcontinente indiano e fu nazione ricca di tanti grandi e sofisticate città, molte delle quale devono essere ancora ritrovate nei deserti del Pakistan e dell’India settentrionale ed occidentale. Rama esistette, sembra, accanto alla civiltà di Atlantide, in mezzo all’Oceano Atlantico, e venne guidata da “illuminati Re-Sacerdoti”, che erano i governatori delle città. Le sette più grandi città-capitali dell’Impero Rama erano conosciute nei testi classici Hindu “Le sette Città Rishi”. Secondo gli antichi testi indiani, la gente aveva delle macchine volanti chiamate”Vimana”. Gli antichi testi epici indiani descrivono il Vinama come un veicolo circolare a due piani, dotato di vari oblò e di una cupola, proprio come ci immaginiamo un disco volante. Il Vimana volava alla “velocità del vento” ed emetteva un “suono melodioso”. C’erano almeno quattro diversi tipi di Vinama: alcuni a forma di disco, altri come lunghi cilindri (“veivoli a forma di sigaro”). .. Uno dei Vimana descritti era a forma di sfera, ed era portato ad una grande velocità da un potente vento generato dal mercurio. Si muoveva come un UFO, andando su, giù, avanti e indietro come desiderava il pilota.

I  Veda,  antichi  poemi  Hindu,  ritenuti  i  testi  indiani  più  antichi,  descrivono  i  Vimana  di  varie  forme  e dimensioni:”l’ahnihotra-vimana” con due motori, i “vimana elefanti” con più motori, e altri modelli chiamati martin-pescatore, ibis e con nomi di altri animali… Gli antichi testi sui Vimana sono numerosi, e ci vorrebbero molti libri per riportare tutto quello che dicono. Gli antichi indiani, che costruirono questi apparecchi, scrissero interi manuali di volo sul modo di guidare i vari tipi di Vimana, molti dei quali (testi) esistono ancora, ed alcuni sono stati tradotti in inglese. Il “Samara Sutradhara” è un trattato scientifico che parla di ogni possibile aspetto del volo su di un Vimana. Ci sono 230 strofe che riguardano la costruzione, il decollo, il modo di viaggiare con andatura di crociera per migliaia di chilometri, gli atterraggi convenzionali cosi come quelli d’emergenza e, persino, eventuali collisioni con gli uccelli. Nel 1875 venne rinvenuto in tempio indiano il Vaimanika Sastra, un testo del quarto secoloavanti Cristo scritto da Bharadvajy il Saggio,utilizzando quali fonti testi ancora più antichi. Esso trattava del funzionamento dei Vimana e comprendeva informazioni sulla manovrabilità, sulle dei veivoli dai temporali e dai fulmini e su come cambiere la propulsione da un’alimentazione ad “energia solare” ad una priva di energia; il che suona come “anti-gravità”. Il Vaimanika Sastra (o Vymaanika-shaastra) ha otto capitoli di diagrammi che descrivono tre tipi di veivoli, compresi gli apparati che non possono prendere fuoco nè rompersi. Il testo, inoltre, cita 31 elementi fondamentali di queste macchine e 16 materiali con cui sono costruite che assorbono luce e calore; motivo per il quale venivano ritenuti adatti per la ricostruzione dei Vimana. .. In un’altra fonte indiana, il Samar, i Vimana erano “macchine di ferro, compatte ed eleganti, con una carica di mercurio che veniva sparata fuori, dalla parte posteriore, nella forma di una fiamma rombante”. Un altro lavoro chiamato Samaranganasutradhara descrive come venivano costruiti i veicoli. 

…Non sembra esserci dubbio che i Vimana fossero dotati di qualche dispositivo di “anti-gravità”. I Vimana decollavano in senso verticale, ed erano capaci di volteggiare in cielo come i moderni elicotteri o i dirigibili. .. I Vimana erano custoditi in un Vimana Griha, una specie di hangar, e si dice che venivano a volte alimentati da un liquido giallognolo, ed altre da una specie di composto di mercurio. .. È probbile che gli ultimi scrittori riguardo i Vimana agissero solamente in quanto studiosi-osservatori, ispirandosi a testi più antichi, e perciò che facessero compresibilmente confusione sul principio dell’alimentazione dei Vimana. Il liquido “bianco-giallognolo” fa pensare alla benzina, e forse i Vimana avevano un gran numero di diverse fonti di propulsione, compresi i “motori a reazione”.

È interessante notare che furono i nazisti a sviluppare i primi motori a reazione, per le loro “bombe volanti” V-8. Hitler e la dirigenza nazista erano straordinariamente interessati all’antica India e al Tibet e mandarono spedizioni in entrambe questi paesi, ogni anno a partire dagli anni ’30, e forse fu da questi popoli che i nazisti ottennero una parte delle loro conoscenze scientifiche.

.. Scienziati dell’ex Unione Sovietica hanno scoperto quelli che essi chiamano “antichi strumenti usati su veicoli per la navigazione cosmica” furono trovati in alcune grotte del Turkestan e del deserto del Gobi. I “dispositivi” sono soggetti emisferici di vetro o porcellana, che finiscono in un cono con una goccia di mercurio all’interno. .. Uno scritto trovato a Mohenyodaro, in Pakistan, (ritenuta una delle “Sette Città Rishi dell’Impero Rama”) e non ancora decifrato, è stato ritrovato anche in un altra località: l’Isola di Pasqua!, [dove è] chiamato lo “scritto di “Rongo Rongo”. .

3.- Sfere ” fuori dal tempo e dalla materia “

C’è un mistero in Sud Africa. Da anni, i minatori del Transvaal occidentale, nei pressi della cittadina di Ottosdal, continuano a trovare sfere metalliche in uno strato sedimentario del Precambriano. Le sfere sono di due tipi. Il primo è rappresentato da semplici sfere di metallo bluastro chiazzato di bianco. Le sfere del secondo tipo sono invece cave, e al loro interno si trova un materiale bianco spugnoso. La maggior parte delle sfere ha le dimensioni di una palla da baseball e la somiglianza, in una di tali sfere, è accentuata da tre linee parallele che ne solcano la superficie. Fino a oggi sono state dissotterrate centinaia di queste sfere. Per il loro aspetto le si direbbe opera dell’uomo, ma la loro localizzazione le fa risalire ad almeno 2,8 miliardi di anni fa. Il professor A. Bisschoff, un noto geologo dell’Università di Potchefstroom, ritiene che si tratti di concrezioni di limonite, ma tale teoria presenta parecchi punti deboli. La limonite è una sorta di ferro che si forma dall’ossidazione di diversi minerali ferrosi. E’ comune nelle paludi e in alcuni tipi di roccia sedimentaria, in particolar modo nel calcare. I pittori la conoscono come una fonte di pigmenti d’ocra e di terra d’ombra. E’ assodata la sua tendenza a formare concrezioni (il termine geologico per le dure masse rocciose che si formano col tempo intorno a un nucleo centrale), ma le concrezioni di limonite sono gialle, marroni o nere; certamente non blu a chiazze bianche. Non le si trova come sfere isolate ma in grappoli, solitamente saldate l’una all’altra, e non si è mai riscontrata su di esse alcuna scanalatura. La loro durezza, secondo la scala di Mohs, va da 4 a 5,5; sono quindi relativamente tenere. Le sfere di metallo del Sudafrica sono talmente dure che l’acciaio non le scalfisce. Se non si tratta di limonite, di quale sostanza sono fatte? Secondo Roelf Marx, curatore del Klerks-dorp Museum dove sono raccolte diverse di tali sfere, sono state ritrovate in uno strato di pirofillite. Potrebbero dunque essere delle concrezioni di tale minerale siliceo? Ancora una volta, la risposta non sembra essere quella giusta. Se sottoposti a pressione, i minerali silicei danno origine a cristalli, non a sfere metalliche. La pirofillite somiglia molto al talco e viene utilizzata più o meno per gli stessi scopi. Può formare masse granulari, che risultano però untuose al tatto e sono di colore molto chiaro. La questione della durezza è l’argomento definitivo: i valori della scala di Mohs per la pirofillite vanno da 1 a 2, tra i più bassi in assoluto. Ma se non sono formazioni naturali, qual’ è l’origine delle sfere? Il loro aspetto è quelle di un manufatto, creato in fonderia utilizzando un acciaio di speciale durezza per uno scopo preciso. A dispetto di tutto ciò, non possono essere opera dell’uomo. Secondo gli esperti, la prima comparsa dell’umanità moderna, Homo sapiens sapiens, risale a circa 100.000 anni fa, nell’Africa meridionale. Il luogo è quello giusto, ma il tempo e il livello di sviluppo tecnologico sono completamente sbagliati. Questi primi esseri umani vivevano l’esistenza semplice dei cacciatori-raccoglitori. Utilizzavano rocce, ossa e legno, ma non conoscevano l’uso dei metalli. Anche il più semplice manufatto in ferro era ben al di là delle loro possibilità, per non parlare poi dell’acciaio temprato. Anche volendo ignorare il problema dell’abilità tecnica, la datazione resta inconciliabile. Il predecessore dell’uomo moderno, l’Homo erectus, costruiva i propri ripari nella gola di Olduvai 1,8 milioni di anni fa, molto prima della comparsa dei sapiens ma di gran lunga dopo la comparsa delle sfere nel Transvaal occidentale. Anche il più antico Homo abilis costruiva primitivi attrezzi di pietra (ma non sfere metalliche) tra i 2,5 e i 3 milioni di anni fa: sempre troppo tardi per render conto dei misteriosi ritrovamenti. Difatti le sfere erano già al loro posto quando i primissimi ominidi si differenziarono dalle scimmie, in un momento indefinito tra i cinque e gli otto milioni di anni fa! Il periodo Precambriano comprende quel lungo arco della storia geologica che va dalla formazione del pianeta, 4,6 miliardi di anni fa, all’inizio dell’era Paleozoica, circa 600 milioni di anni fa. I ritrovamenti fossili risalenti a tale periodo sono rari, ma i geologi sono riusciti a ricostruire un possibile scenario. L’atmosfera, innanzitutto, era molto probabilmente simile a quella odierna: un miscuglio di azoto, anidride carbonica, vapore acqueo e ossigeno. Esistevano mari e continenti, ma i loro confini erano totalmente diversi da quelli odierni. Il mondo era dominato da ciò che gli scienziati chiamano supercontinenti, enormi masse terrestri primeve che col tempo si frantumarono per formare i continenti attuali. La vita era già presente sul pianeta. Alghe e batteri fossili sono stati ritrovati in rocce sudafricane risalenti a più di 3 miliardi di anni fa. Un’ulteriore conferma viene dalla presenza di stromatoliti, strutture rocciose che si formano nelle acque basse, sotto le praterie di alghe. non vi era traccia della presenza della vita sulla terraferma e persino le conchiglie – un’indicazione di vita marina come la si conosce oggi – erano ancora inesistenti. Le tracce più avanzate di vita che i geologi hanno ritrovato sono quelle di organismi multicellulari invertebrati, i quali sono classificati come animali, ma si trovano, sulla scala evolutiva, qualche gradino sotto la medusa. Appare ovvio che nessuna delle creature viventi del Precambriano può aver fabbricato le sfere del Transvaal.Ma questi non sono i soli manufatti strani che richiedono una spiegazione. Maximilien Melleville, vicepresidente della Société Académique di Laon, in Francia, riportò in the Geologist dell’aprile del 1862 la scoperta di una perfetta sfera di gesso in un letto di lignite dell’Eocene, nei pressi della sua abitazione. la sfera e l’ambiente immediatamente circostante mostravano strani segni di un’accurata lavorazione. Da un blocco di maggiori dimensioni era stata ricavata la sfera, la quale era stata successivamente liberata con un taglio netto. In poche parole, un manufatto. Era da escludere, secondo quanto riportato dallo stesso Melleville, che la sfera fosse stata posta nello strato in epoca più tarda. Ancora una volta ci troviamo in presenza di un oggetto che sembra opera dell’uomo, ma la posizione della sfera nello strato di lignite gli assegna un’età tra i 45 e i 55 milioni di anni, ben prima della comparsa dell’uomo sul pianeta . Un mistero ancor più grande circonda il resoconto di un ritrovamento più recente. Nel 1928 un certo Atlas Almond Mathis, un minatore, stava lavorando in profondità in una miniera due miglia a nord di Heavener, in Oklahoma, quando un’esplosione dissotterrò alcuni blocchi cubici, ben levigati, il cui lato misurava all’incirca 30 centimetri e che sembravano fatti di un qualche tipo di cemento. Uno scavo successivo rivelò che i blocchi appartenevano a un muro lungo più di 130 metri. Il fatto che fossero stati trovati in un filone di carbone in quell’area attribuiva loro un’età di almeno 286 milioni di anni. L’ovvia domanda era: chi aveva costruito il muro? Forse le stesse persone che avevano posto la catena d’oro “di antica e caratteristica fattura” in ciò che nei millenni era diventata la vena carbonifera delle miniere di Taylorville o Pana, nel sud dell’Illinois. Fu scoperta dalla signora S. W. Culp in un grosso pezzo di carbone che aveva spezzato per accendere il suo focolare.

4.- Lo Zed 

Out  Of  Place  Artifacts . Costruzioni  futuristiche  del  passato  presenti  sul  nostro pianeta . Uno di  questi  è  lo  dello  Zed , la  famosa  torre  di  Osiride  chiusa  nella piramide di Cheope. Le domande senza risposta sulla torre sono ancora molte e per approfondire  la  questione e’  necessario  muovere  dagli  antichi  scritti  in  nostro possesso e dalle ipotesi degli  studiosi  piu’  autorevoli. L’ingegnere  italiano  Mario Pincherle, autore di ben quattro libri sullo Zed, ritiene che lo Zed sia stato costruito da un’antica civilta’ assai evoluta. Secondo Pincherle, lo Zed si sarebbe inizialmente trovato sulla cima della piramide a  gradoni  di  Zoser  e s arebbe  stato  trasportato nella   Piramide  di  Cheope  in  un  secondo  momento ,  a  causa  del   progressivo imbarbarimento  dell’umanita’ . La  torre  di  granito ,  sacra  al  dio  egizio  Osiride, sarebbe  stata  capace  di  convogliare  l’energia dell’universo. Pincherle, in uno  dei suoi scritti, al fine di sostenere che la piramide fosse  una sorta  di  bunker  costruito per proteggere lo Zed , fa notare  che “la parte  interna  della  piramide  e’  in  ricco granito levigato, in onore del prezioso reperto che custodiva; mentre all’esterno essa e’ molto misera, e’ in scadente pietra calcarea  di fattura poco pregevole. L’opinione che  la   piramide  non  fosse  opera  degli   egizi   viene  condivisa   dal  giornalista scientifico inglese Colin Wilson secondo il quale la civilta’ egizia era assai arretrata tecnologicamente . Ma  cosa  simboleggerebbe  lo  Zed ? . Fra  le   numerosi  ipotesi citiamo   quella   per  cui  la  torre  sarebbe  stata  la riproduzione  di   una   colonna vertebrale  con quattro vertebre . L’asse  verticale  del  pilastro  sarebbe  il  simbolo dell’energia che  circola  liberamente, mentre i quattro piani orizzontali, in relazione con i punti cardinali, fisserebbero tale energia. Adagiato a terra  lo  Zed  sarebbe  la immagine della morte, eretto, sarebbe simbolo di resurrezione .

5.-Teschi del Destino

DONO DI COMPLEANNO .“Mio padre stava facendo degli scavi in America Centrale, nell’Honduras Britannico (l’attuale Belize). Scoprimmo le rovine di una città Maya, che, secondo lui avevano qualcosa a che vedere con Atlantide, per cui continuammo a scavare per sette anni. Poi, un giorno, tra le pietre, vidi qualcosa che scintillava. Era il mio diciassettesimo compleanno, e la cosa mi riempì di gioia”. A parlare è una serafica vecchia signora che sembra uscita pari pari dai romanzi di Agatha Christie. Si chiama Anna Mitchell Hedges, ed è la figlia adottiva di F.A.“Mike” Mitchell-Hedges, un personaggio molto popolare durante gli anni ’20. Avventuriero inglese ambizioso e intelligente, Mike Mitchell-Hedges si spostò per anni tra le due Americhe, esercitando i più disparati mestieri (dal cow-boy al giocatore professionista, al rivoluzionario sotto Pancho Villa, all’archeologo) e frequentando indifferentemente il mondo dei miliardari e quello dei soldati di ventura. La cosa “che scintillava”, lo straordinario regalo di compleanno che riempì di gioia la giovane signorina Mitchell-Hedges è uno degli oggetti più misteriosi mai rinvenuti durante uno scavo archeologico: il Teschio del Destino, un cranio a grandezza naturale scolpito in un unico, immenso blocco di purissimo cristallo di rocca, lavorato con incredibile perizia e precisione. FRASE TAGLIATA. Così l’anziana signora Mitchell-Hedges ha descritto il ritrovamento del teschio in un’intervista per la trasmissione televisiva inglese Il Misterioso Mondo di Arthur C. Clarke. Un racconto sbrigativo, quasi fiabesco. E’ dal lontano 1927, infatti, quando il teschio venne alla luce a Lubantuun, che Mike e Anna Mitchell-Hedges rifiutano di fornire qualsiasi altro particolare sul rinvenimento. In una sua voluminosa biografia, Danger My Ally (“Tesori nascosti e Mostri marini”) l’enigmatico avventuriero dedicò al prezioso manufatto solo poche righe. “Portammo con noi (in un viaggio in Africa) anche il “Teschio del Destino” di cui molto si è parlato. Ho buone ragioni per non rivelare come ne sono venuto in possesso”. Seguiva una breve descrizione che insieme a questa frase venne “tagliata” nelle successive edizioni del libro. Perchè? Alcuni hanno pensato a una complessa storia di contrabbando, a un teschio sistemato a bella posta tra le rovine, in modo di essere “ritrovato” al momento opportuno. Perchè tanto interesse sui particolari del ritrovamento del “Teschio del Destino”? Perchè nessun ricercatore è in grado di affermare con sicurezza quando e da quale civiltà esso sia stato fabbricato. Secondo le poche notizie riportate dal già citato diario di Mitchell – Hedges padre, il teschio aveva 3600 anni, e veniva utilizzato dai Grandi Sacerdoti Maya per celebrare particolari riti magici. Ma l’origine “ufficiale” del popolo Maya è stimata intorno al 290 d.C., (anche se alcuni archeologi ritengono che sia molto precedente) e questa affermazione è dunque ritenuta improbabile. TESCHI GEMELLI. Gli esperti del British Museum fanno risalire il teschio alla civiltà Azteca, datandone l’origine (con moltissimi dubbi) intorno al 1300/1400 dopo Cristo. Ma cosa ci faceva un manufatto Azteco in una città Maya dislocata molte centinaia di chilometri più a sud? Non si sa neppure con quali strumenti il teschio fu costruito: è stata rilevata soltanto la probabile traccia di un acuminato scalpello. In tal caso, per costruirlo, sarebbero stati necessari almeno centocinquant’anni di lavoro ininterrotto. Ma, a complicare questo già complicato mistero, esposto al Museum of Mankind di Barrington Gardens, a Londra, si trova un teschio “gemello”, identico a quello di cui abbiamo parlato fino ad ora salvo che per un particolare. Il teschio dei Mitchell-Hedges, infatti, ha la mascella articolata, come in un cranio vero; quello esposto al museo ha la mascella fissa. I ricercatori sono concordi nell’affermare che i due oggetti sono stati fabbricati dalle stesse “mani”: il cranio di Londra potrebbe dunque fornire qui lumi sulla loro comune origine che la caparbia signora Mitchell-Hedges si ostina a negare. “Potrebbe”; solo che anche di questo secondo, prezioso oggetto si conosce poco o nulla. Il Museum of Mankind lo acquistò da Tiffany’s, il celebre gioielliere di New York, nel 1898, per la somma di centoventi sterline. I dirigenti di Tiffany’s non furono in grado (o non vollero) dare spiegazioni sulla sua prove­nienza. Corse voce che facesse parte del bottino ammassato in Messico da uno sconosciuto mercenario in un epoca imprecisa. Neppure un terzo teschio di cristallo esposto al Musèe de L’Homme di Parigi, identico nello stile agli altri due ma di dimensioni ridotte, può fornire informazioni particolarmente interessanti. Gli esperti del Museo affermano che faceva parte di uno “scettro magico” Azteco del XIII o XIV secolo d.C., e che veniva usato per tenere lontano i serpenti e per prevedere il futuro. IMMAGINI PAUROSE. Si dice che gli inservienti del Museum of Mankind abbiano chiesto all’amministrazione di coprire con un panno nero il “loro” Teschio “of Doom” per non vederselo d’intorno mentre fanno le pulizie. Doom è una parola inglese che viene comunemente tradotta con “destino”, in mancanza di termini più appropriati. In realtà significa davvero “destino”, ma in un ‘accezione malvagia, negativa, sinistra. E’ chiaro che una testa di morto, per di più scintillante al minimo raggio di luce, non ha certo un aspetto “allegro” e può incutere un superstizioso terrore a chi vi lavora accanto, magari da solo e di notte. Ma, a rincarare la dose, circolano racconti tenebrosi. C’è chi afferma di aver visto paurose immagini materializzarsi all’interno dei teschi; chi assicura di averli sentiti gridare; chi ha perso la ragione “dopo aver fissato le loro orbite ipnotiche e vuote”. Mitchell-Hedges asserì che, quando il teschio venne ritrovato, i lavoranti indigeni si inchinarono ad adorarlo, spiegando che esso era un loro dio, e poteva indifferentemente guarire da ogni male e causare una morte spaventosa. Verità o leggenda? Suggestioni originate dal macabro aspetto delle sculture e dal mistero che circonda le loro origini? Oppure i teschi fanno davvero parte dell’inquietante categoria degli “oggetti maledetti” di cui pullulano le cronache di storia “minore” del mondo?

6.- La Pietra vampiro della Siberia (Una strana pietra che succhia le energie vitali)

Nel 1996 una strana pietra è stata ritrovata nelle acque di un fiume dell’Altai (Siberia). Pesa ben 11 kg e reca ben impressa l’orma inconfondibile di un dinosauro, ma il motivo per cui gli studiosi si sono tanto interessati ad essa è un altro. Infatti la pietra avrebbe il particolare potere di recare dolori e malesseri a chi la tocca, come è capitato a tutti gli studiosi che hanno avuto modo di entrare in contatto con essa.

7.- Il geode di Coso                                 

Oggetti  fuori  dal  loro  tempo.  Questa  e’  la definizione  italiana  degli  ” Oopart  ” ,  reperti  rinvenuti accidentalmente ,  al  di  fuori  di  ogni  logica  e convenzionale  collocazione  .  Uno  dei  primi enigmatici reperti archeologici di cui si abbia avuto notizia e’ “il geode di Coso”, una pietra stranamente priva della  sua  tipica  cavita’.  Il  13  febbraio  del 1961 tre gioiellieri, Mike Mikesell, Wallace Lane e Virginia  Maxey  ,   a   caccia   di   minerali  sulle  montagne  Californiane  di  Coso , trovarono un geode ricoperto di  fossili nella roccia. Pensando ad un raro minerale i tre vollero esaminarlo  prima  di  una eventuale lavorazione. L’oggetto fu tagliato a meta’  con  un’apposita  sega   e   nel  suo  interno  fu  trovato  un  oggetto   di   natura artificiale. L’oggetto  presentava    un    nucleo  di  metallo  circondato  da   strati   di materiale simile alla ceramica ed una copertura esagonale in legno.I tre gioiellieri si rivolsero  ad  alcuni  scienziati: vennero  fatte delle radiografie dell’oggetto, ancora incastrato  nella  pietra, e si scopri’ che  era  composto  da  una  molla  a  spirale, un chiodo  ed  una  rondella .  Sembrava  la  candela  di  una  macchina ,  ma…di  epoca preistorica dato che le incrostazioni fossili  della pietra  erano  risultate  vecchie  di 500  mila  anni !  Sottoposto  ai   raggi-X  l’oggetto  ricorda   molto   la   candela   di accensione di un motore  a  scoppio. Ulteriori  indagini  effettuate  sulle fotografie  e sulle  radiografie  rivelano  che  il  pezzo  metallico  piu’  importante  dello  oggetto, situato nella parte  superiore , non  sembra  tuttavia  corrispondere  a  nessuna  parte della candela normalmente in uso ai giorni nostri. I gioiellieri  misero  in  vendita  il loro tesoro per 25.000 dollari, ma l’offerta  non  ebbe  fortuna  dato  che  nessuno  lo acquisto’ per timore di una frode.

8.- La torre di Balele, uno ziggurat?

Una leggenda appartenente alla mitologia tartara,mongola, dei Buriati e dei Calmucchi dell’Asia settentrionale rivela che la montagna sacra era in realtà un edificio a gradini, costituito da sette blocchi, di dimensioni decrescenti progredendo verso l’alto, al cui apice era posta la stella polare, “ombelico del Cielo”, equivalente alla base della piramide, che invece rappresentava l’ “ombelico della Terra”. Questo tipo di costruzione, che non trova precedenti tra quelle popolazioni, coincide in tutto e per tutto con la descrizione della “ziggurat” sumera, nata appunto come montagna artificiale. La certezza che non si trattasse di una coincidenza è data dal nome che tali popoli nordici nomadi diedero a questa torre mitica e sacra: “Sumer”. Probabilmente tutti gli altri templi sumeri furono edificati sullo stesso modello, il più rinomato dei quali è la torre di Babele, la gigantesca costruzione generalmente attribuita ai discendenti di Noè. Eretta a Babilonia per volere di Nabopolassar, si trattava di una “ziggurat” di sette piani, alta circa novanta metri e sulla cui sommità troneggiava un tabernacolo in onore del dio Marduk. P.s. – La civiltà sumera apparve come per miracolo, nel periodo postdiluviano, seimila anni fa. I sumeri dell’epoca conoscevano e commerciavano i metalli – tra cui l’oro -, le perle e le stoffe. Leggevano e scrivevano utilizzando caratteri cuneiformi. Da esami recenti del DNA si è appurato che i celti erano diretti discendenti dei sumeri. (fonte: non pervenuta. forse di spartacous)

9.- Il vaso venuto dal nulla

Nel  1851  fu  trovato  un  vaso  all’interno  di  un  blocco  di  granito  sbriciolato dall’ esplosione di  una  carica da  mina  fatta  brillare  nel  corso  di  lavori   di sbancamento, presso Dorchester nel Massachusetts.Gli “oggetti fuori posto” sono quelli che – come dice il  nome – si  trovano  dove  non  dovrebbero  essere  per esempio, candele d’automobile incluse in concrezioni geologiche antiche di milioni di  anni , rospi  vivi  prigionieri   nel   carbon   fossile, impronte  di  sandali   in stratificazioni risalenti all’era dei dinosauri.  Il vaso venuto dal nulla . Nel 1851 fu trovato un vaso all’interno di un blocco di granito sbriciolato dall’esplosione di una carica da mina fatta brillare nel corso di lavori di sbancamento, presso Dorchester nel Massachusetts.Gli “oggetti fuori posto” sono quelli che – come dice il nome – si trovano dove non dovrebbero essere per esempio, candele d’automobile incluse in concrezioni geologiche antiche di milioni di anni, rospi vivi prigionieri nel carbon fossile, impronte di sandali in stratificazioni risalenti all’era dei dinosauri. Charles Fort , il grande studioso di fatti misteriosi, ne catalogò moltissimi nei suoi libri. Nel 1851  fu  trovato  un  vaso  all’interno  di   un   blocco  di   granito   sbriciolato dalla esplosione di una carica da mina fatta brillare nel corso di  lavori  di  sbancamento , presso  Dorchester  nel  Massachusetts. Alto circa  tredici centimetri, è fatto  di  una lega metallica sconosciuta, e le incisioni sono in uno stile che nessuno ha  mai  visto in reperti archeologici nella zona. Il blocco di roccia all’interno del quale si trovava nascosto  si  era  formato  centinaia di milioni di anni fa. Chi costruiva manufatti  sul nostro pianeta, prima ancora che vi nascesse la vita ?

10.-Il Meccanismo di Antikythera                         

Il  meccanismo  di  Antikythera  è  un  oggetto  di  metallo, scoperto nel relitto di una nave  vecchia  di  duemila  anni, che   apparentemente   contiene   degli   ingranaggi  e   che costituisce   quindi   una   sorta  di   strumento  . Nel  1900 un gruppo di pescatori di spugne greci scoprì  i l relitto  di una nave al largo della piccola isola di Antikythera, fra  la Grecia  e Creta  .  Spedizioni   archeologiche   sottomarine inviate  sul  posto  recuperarono  vasellame, statue  e  oggetti corrosi , che  facevano risalire  il relitto  a  circa  2000  anni  prima.  Nel  1902  un  archeologo  del  Museo Nazionale di Atene, Valerios Stais, esaminò alcuni di quegli oggetti e  gliene  capitò fra  le  mani  uno  di  metallo   che   diventò   noto  con  il  nome  di  meccanismo  di Antikythera. Uno studio  più  attento rivelò che  si  trattava  di  una  scatola  che  allo esterno aveva dei misuratori e all’interno una massa complessa di ingranaggi, fra cui almeno  venti  ruote  dentate . Tutte  le  superfici  del  congegno  erano  ricoperte  di iscrizioni  greche. Prima  della  scoperta  di  quel  meccanismo,  non  era  stato  mai rinvenuto o descritto nessun oggetto  o congegno  paragonabile. Quel  che  si  sapeva fino a quel momento della tecnologia ellenica escludeva  la  possibilità  che  in  quel periodo   si   potesse  costruire  un  congegno  del  genere. Sulla  base  delle anfore ,  del vasellame e degli oggetti rinvenuti nel relitto, i ricercatori sono ragionevolmente sicuri  che  il  naufragio  avvenne  intorno al 65 a.C. , con un margine di 15 anni.  Un esame delle lettere delle iscrizioni rivela che esse risalgono al primo secolo a.C. e che non sono certo posteriori alla nascita di Cristo. Questa data corrisponde  alla lingua usata e  alla natura  dei  riferimenti astronomici  delle  iscrizioni. L’iscrizione più estesa, per esempio, fa parte di un calendario astronomico straordinariamente simile a quello di cui si sa che fu compilato nel 77 a.C.- Attualmente si ritiene assai probabile che quel congegno fosse un calcolatore astronomico che meccanizzava i rapporti ciclici fra il sistema solare e le stelle. Forse era installato in una statua e usato come pezzo da esposizione. Forse funzionava a energia idraulica. Quasi tutto il lavoro di restauro e di ricostruzione che portò a questa conclusione si è svolto sotto la direzione di Derek J. de Solla Price, dell’Università di Yale. A partire dagli inizi degli anni ’50 Price iniziò il restauro del congegno, che era incrostato e gravemente corroso. Lo stadio successivo fu la traduzione delle iscrizioni, che per la maggior parte sono illeggibili. Il sole è menzionato parecchie volte, Venere una volta, ed è nominata l’eclittica. Un’iscrizione, “76 anni, 19 anni,” si riferisce al cosiddetto ciclo calippico di 76 anni e al ciclo metonico 19 anni (235 mesi lunari). La riga successiva comprende il numero 223 – un riferimento al ciclo delle eclissi di 223 mesi lunari. Nel 1972, dopo aver analizzato ai raggi X e ai raggi gamma i vari frammenti, Price stabilì molti particolari della costruzione e del funzionamento del congegno, che a quanto pare era costruito con un’asse centrale. Quando l’asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle lancette a varie velocità intorno a una serie di quadranti. Questi ultimi sono difficili da interpretare per via della corrosione. Quello anteriore tuttavia mostra chiaramente il moto del sole nello zodiaco e il sorgere e il tramontare di stelle e costellazioni importanti. I quadranti posteriori, che sono più complessi e meno leggibili, riguardavano i pianeti e i fenomeni lunari. A detta di Price il quadrante anteriore è “l’unico grande esemplare noto di uno strumento graduato dell’antichità”. A suo parere quel congegno era racchiuso in una scatola di circa trenta cm. per 15 per 7,5 e sulle facce più grandi aveva dei pannelli con cerniere che portavano le iscrizioni. Dentro c’erano probabilmente almeno trenta ingranaggi, tutti di bronzo, e probabilmente tagliati da un unico pezzo di metallo. La potenza, a suo dire, era trasmessa a un grande ingranaggio che aveva quattro raggi uniti a mortasa nel bordo, dove erano saldati e fissati da ribattini. Secondo Price, “la caratteristica meccanica più spettacolare del meccanismo di Antikythera” è una piattaforma girevole differenziale, un meccanismo che si sarebbe rivisto soltanto nell’Europa del ‘500. Sulla base della sua ricerca, Price ha concluso che, contrariamente a quanto si era creduto in precedenza, una tradizione di alta tecnologia esisteva effettivamente in Grecia intorno all’epoca di Cristo. Prima si dava per scontato che i greci conoscessero il principio degli ingranaggi, ma si riteneva che i loro congegni muniti di ingranaggi fossero relativamente rudimentali. . Il “mistero” consiste nel fatto che, nell’80 a.C., simili apparecchi “non avrebbero dovuto esistere”: gli studiosi di cose antiche concordano infatti nell’affermare che in quel tempo la tecnologia non era in grado di produrre apparecchiature di tale precisione. Del resto non ne avrebbe prodotte per altri sedici secoli: nel meccanismo si trova infatti un ingranaggio differenziale, inventato (o reinventato) soltanto verso la fine del cinquecento. L’esistenza di oggetti impossibili e di scienze dimenticate stimolano alcune considerazioni. O si ammette l’esistenza di conoscenze “perdute” per qualche ragione ignota e poi riemerse (il che imporrebbe una riscrittura della storia dell’umanità su basi molto diverse da quelle comunemente accettate) o si deve riconoscere un altissimo grado di fallibilità da parte della storiografia ufficiale. Il Meccanismo di Antikythera non può essere il parto di un inventore solitario e ingegnoso (vi sono coinvolte troppe diverse conoscenze); di conseguenza la civiltà greca doveva essere, al contrario di ciò che si è sempre affermato, tecnologicamente evoluta.

11.- Gemme d’energia

Ci giunge dal passato la credenza che le gemme abbiano dei poteri magici . Numerosi documenti testimoniano che nel passato le pietre venissero utilizzate durante cerimonie religiose o nel corso di rituali primitivi di guarigione. Attualmente le conoscenze sull’argomento sono state sistematizzate nella cristalloterapia , metodica naturale praticata al fine di riequilibrare l’energia che scorre nel nostro corpo. Tale tecnica contempla l’utilizzo di pietre e consta di piu’ esercizi: una prima possibilita’ prevede lo stringere fra le mani un cristallo e il concentrarsi su di esso al fine di trarre forza percependo energia. Altro esercizio prevede il posare i cristalli in alcune zone del nostro corpo fisico: l’energia delle pietre interagirebbe con la nostra equilibrando le nostre disarmonie energetiche. Sempre in virtu’ di tali teorie ogni pietra agirebbe sull’aura in modo ben definito aiutandoci a comprendere la causa del nostro malessere. La legittimazione delle suddette affermazioni muoverebbe dall’assunto per cui i cristalli costituiscono una solidificazione di energia pura priva di distorsioni di struttura: in tal modo l’energia riuscirebbe a interagire con le energie esterne in maniera diretta ed incisiva. Una terapia di successo tuttavia non puo’ prescindere da un intenso stato meditativo. Che le pietre possiedano energia sarebbe inoltre confermato dal fatto che possiamo ascoltare la radio o guardare la tv anche grazie alle vibrazioni del quarzo senza contare che i raggi laser vengono prodotti tramite la luce ed il rubino…

La Croce Cerchiata

Il Simbolo della croce inscritta in un cerchio, e’ diffuso un po’ in tutte le civilta’ antiche, dalle popolazioni messicane a quelle mesopotamiche, dalla Cina alla Grecia, fino ai vari popoli scandinavi, dove ha assunto un’importanza unica . Presso questi ultimi infatti era nota con il nome di “Croce di Odino” o “Croce della Ruota”. In questo caso la croce rappresentava il famoso “occhio di Odino” sorgente di conoscenza e saggezza. Odino, infatti, era spesso raffigurato come un vecchio con un occhio solo. La forma celtica e’ un po’ differente e prevede che la croce oltrepassi la circonferenza del cerchio . Secondo alcuni studiosi essa veniva posta nelle vicinanze di un luogo che era stato teatro di un atto di violenza oppure di qualcosa di spiacevole (da qui deriva anche l’usanza medievale e moderna, diffusa soprattutto in Irlanda, di utilizzarla come pietra tombale). E’ certo pero’ che venisse usata anche nelle fattorie come simbolo di protezione e di fortuna ( un po’ come la ruota della medicina delle tribu’ indiane). In Cina invece era associata al tuono ed alla potenza in generale. Per quel che riguarda invece la croce ansata, o Ankh, essa e’ un simbolo prettamente egizio, significante la vita eterna. E’ caratterizzante della dea Hathor, divinita’ contemporaneamente della vita e della morte. Si credeva in particolare che la dea potesse donare la vita semplicemente con il tocco della croce. Piu’ tardi questo simbolo ha assunto anche un altro significato, divenne infatti il geroglifico per la parola “chiave del Nilo” e fu associato ad Imhotep, il mitico costruttore della prima piramide (quella di Zoser) nonche’ medico alla corte del faraone, la cui fama fu tale che dopo la sua morte assurse al rango di divinita’. Anche questo simbolo pero’ e’ stato ritrovato pure in America Meridionale, e precisamente tra la popolazione Mochica del Peru’, vissuta attorno al settimo secolo d.C. Fatto questo che ha contribuito ad accertare i contatti che gli egiziani erano riusciti a stabilire con il Nuovo Mondo prima della scoperta di Colombo. Spero di essere stato abbastanza esauriente.

Statue “impossibili”

Chi scolpiva statue, sulla terra, prima dell’uomo? Cominciano a chiederselo gli scienziati dopo che in diverse parti del mondo sono state rinvenute manifestazioni artistiche ben più vecchie della data di nascita “ufficiale” dell’arte e più antiche della stessa specie umana moderna (che sarebbe “emersa” in Africa attorno ai 200 mila anni fa). Opere che, propio perchè non sono inseribili nel quadro delle conoscienze consolidate, vengono tenute in una sorta di limbo e raramente vengono pubblicate, quasi non esistessero. Ecco tre casi “insoluti”. VENERE PRIMORDIALE . Si tratta di una statuetta di pietra raffigurante una donna che venne rinvenuta negli anni Ottanta dell’archeologa israleana Na’am Goren-Imbar nel sito di Berekhat Ram, nel Golan settentrionale. E’ incisa nel tufo vulcanico e ha forme molto rudumentali: si distinguono comunque la testa e il corpo e, nell’insieme, ricorda le tipiche “Veneri” paleolitiche. Con un’inica importante differenza: mentre le più vecchie fra queste ultime hanno 20-25mila anni, la figurina di Berekhat Ram ne avrebbe 300mil.Una data, che ha ovviamente suscitato molto scetticismo: ma la Goren-Inbar ha confermato che la statuetta è stata trovata all’interno di uno strato di tufo vulcanico spesso quattro metri, il che escluderebbe ogni possibilità di frammissioni fra strati geologici diversi. Attualmente il reperto è studiato dal professor Alexander Marschack, esperto di arte preistorica della Harvard University, che si è già espresso favorevolmente per quanto riguarda la datazione . AMIGDALE COLORATE. Con il termine “amigdala” si indica uno dei primi utensili di pietra sheggiata fabbricati dall’uomo. Furono probabilmente oggetti multiuso, e la loro forma perfettamente simmetrica appare in molti casi frutto di un’esigenza estetica più che funzionale. Ad avvalorare l’ipotesi dimuna nascita del senso estetico molto precoce vi sono alcune amigdale rinvenute a Swanscombe (Inghilterra), vecchie di 200mila anni, che presentano caratteristiche particolari: hanno al centro una conchiglia fossile. Segno che chi le scheggiò non solo scelse quella pietra per il bel “disegno” che inglobava, ma fece anche in modo che a lavoro finito il fossile risultasse al centro dell’utensile, decorandolo. OSSA INCISE . Presso Halle, nella parte orientale della Germania, sono stati rinvenuti due frammenti d’osso d’elefante con incisioni che sono datati fra i 350mila e i 220mila anni fa. Alcuni vedono in questi oggetti testimonianze di tipo simbolico da parte dell’Homo erectus. Ma è impossibile qualsiasi conclusione sicura. Questi che abbiamo elencato sono soltanto alcuni “casi” in attesa di spiegazione. Ora sta agli specialisti trovare una risposta: speriamo lo facciano senza preconcetti, anche se dovranno rivedere intere biblioteche di “indiscutibili certezze”.

Gioielli volanti, gli “aerei precolombiani di Bogotà”

In un’antica tomba nel sud America fu trovato un gioiello in oro molto originale. Il reperto, risalente a 1800 anni fa, venne frettolosamente classificato come “ornamento religioso”. La sua forma è così simile ai più veloci aerei contemporanei che i tecnici dell’Aereonautical Institute di New York lo esaminarono approfonditemente. Si riconoscono le ali a delta, la cabina, il parabrezza, la coda. Attualmente il prezioso aereoplanino si trova alla State Bank di Bogotà (Colombia). Non è l’unico esemplare. Nelle tombe precolombiane sono stati trovati molti altri oggetti simili.

 

Le “lampade” di Dendera

In diversi luoghi all’interno del tempio tardo Tolemaico di Hathor a Dendera, in Egitto, strani bassorilievi sulle pareti intrigano da anni gli studiosi. Difficile, infatti, per loro spiegarne la natura, sulla scorta di temi mitico-religiosi tradizionali, ma nuove e più moderne interpretazioni ci giungono dal campo dell’ingegneria elettronica. In una camera, il numero 17, il pannello superiore, mostra alcuni sacerdoti egiziani che fanno funzionare quelli che appaiono come tubi oblunghi che compiono diverse funzioni specifiche. Ogni tubo ha all’interno un serpente che si estende per tutta la sua lunghezza. L’ingegnere svedese Henry Kjellson, nel suo libro “Forvunen Teknik” (tecnologia scomparsa) fece notare che nei geroglifici quei serpenti sono descritti come “seref”, che significa illuminare, e ritiene che si riferisca a qualche forma di corrente elettrica. Nella scena, all’estrema destra, appare una scatola sulla quale siede un’immagine del Dio egiziano Atum-Ra, che identifica la scatola quale fonte di energia. Attaccato alla scatola c’è un cavo intrecciato che l’ingegner Alfred D. Bielek identifica come una copia esatta delle illustrazioni odierne che rappresentano un fascio di fili elettrici. I cavi partono dalla scatola e corrono su tutto il pavimento, arrivando alle basi degli oggetti tubolari, ciascuno dei quali poggia su un sostegno chiamato “djed” (lo Zed) che Bielek identificò con un isolatore ad alto voltaggio. Ulteriori immagini trovate all’interno della cripta mostrano quelle che potrebbero essere altre applicazioni del congegno: sui bassorilievi si vedono uomini e donne assisi sotto i tubi, come in una postura per creare una modalità ricettiva. Che tipo di trattamento irradiante vi si stava svolgendo? (fonte: Edicolaweb)

UFO e Faraoni : Il papiro Tulli                

Il «Papiro Tulli»  é  l ‘ oggetto  di   una   complessa vicenda ,  che  si  é  protratta  per  anni  e   che   ha interessato  studiosi  di  tutto  il  mondo .  La  storia riguarda  un  papiro  egizio   che ,   nel  1934  ,   fu individuato  nel  negozio   di   un    antiquario ,  dal professor    Alberto  Tulli  ( allora   direttore    del Pontificio Museo Egizio Vaticano), durante  un  suo viaggio  di  studio , in  Egitto , effettuato  con  il  fratello  Monsignor  Augusto  Tulli.  Il papiro, nonostante l’interesse che aveva destato nel  professore ,  non  poté  essere acquistato   a   causa   del  prezzo  esorbitante  che  ne  veniva  richiesto. Tuttavia  il professor   Tulli ,  particolarmente  incuriosito  dall’argomento  che  in  esso  veniva trattato, ottenne di poterne copiare il testo, testo che fu poi  trascritto  da  ieratico  in geroglifico  con  la  collaborazione  dell’Abate  E. Drioton , direttore del Museo del Cairo.  Il testo  del  papiro riportava la storia di una prodigiosa vicenda, cioè di una serie di strani avvistamenti  di  misteriosi oggetti nel cielo, cui avrebbero assistito il Faraone Thuthmosis llI  (1504- l450, circa a. C.) e molti dei suoi sudditi. Una strana caratteristica del papiro era la presenza di alcune  cancellature  in  punti  chiavi  del testo che rendevano nebuloso il significato del contenuto. Tali cancellature, che non erano state eseguite dal Tulli nella sua copia, ma che erano presenti nel documento originale, non apparivano casuali, ma volutamente effettuate, quasi vi fosse stata la volontà di sopprimere i dati più significativi del testo allo scopo di evitare che l’episodio fosse comprensibile e preciso. Il professor Solas Boncompagni, studioso di clipeologia, venne a conoscenza, nel 1963, dell’esistenza di questo papiro, la cui traduzione era comparsa per la prima volta, nel 1956, sulle pagine della rivista ufologica inglese «Flying Saucers Uncensored», diretta da H.T. Wilkins e, poco dopo, sulla rivista «The Doubt», pubblicazione sempre inglese, diretta da Tiffany Thayer. Boncompagni ritenne opportuno comunicare con una lettera tale notizia a «Settimana Incom», settimanale che si stampava in Italia in quel periodo e che dedicava largo spazio alle questioni di casistica ufologica. La lettera fu pubblicata e la Divulgazione della notizia provocò, presso gli studiosi italiani di clipeologia., un rinnovato interesse. Fu nel gennaio del 1964 che la rivista «Clypeus», fondata e diretta da Gianni Settimo, pubblicò, proprio nel suo primo numero, la traduzione in italiano del testo geroglifico. La traduzione fu esposta integrandola con note esplicative che ne interpretavano il contenuto in chiave clipeologica e che tentavano di interpretare le lacune date dalle cancellature. Fu questa la prima volta che venne pubblicato il contenuto del papiro in lingua italiana. Ecco come compariva, sulle colonne di «Clypeus» il misterioso testo che qui è stampato in neretto (tra parentesi i commenti) : «… il ventiduesimo giorno del terzo mese d’inverno, alla sesta ora del giorno (non si può definire con precisione il mese e l’ora, poiché non conosciamo ancora con esattezza il calendario degli antichi egizi), gli Scribi, gli Archivisti e gli Annalisti della Casa della Vita si accorsero che un cerchio di fuoco (aveva dunque un alone il cerchio che si spostava?) (lacuna) … (Nella interruzione doveva figurare la direzione nello spazio e forse altri importanti dettagli). Dalla bocca emetteva un soffio pestifero (bocca anteriore o posteriore? La definizione farebbe pensare alla parte anteriore; si potrebbe pensare ad un bolide. Il soffio invece dà l’idea della propulsione. Pestifero? Forse non è una esatta traduzione del papiro o lo storico l’ha usato impropriamente nel senso peggiorativo), ma non aveva «testa» («Testa» non corrisponde ad una esatta traduzione del geroglifico; si può dedurre anche dal fatto che la traduzione riporta il termine tra virgolette. Ma la testa è sede di comando, quindi non era visibile la cabina di comando che d’altra parte essi, anche figurando, non avrebbero allora potuto riconoscere), il suo corpo misurava una pertica per una pertica (era perciò circolare e misurava circa cinquanta metri) ed era silenzioso (avvalora tanto la tesi meteorica che quella clipeologica). Ed i cuori degli Scribi, degli Archivisti tutti furono (da ciò) atterriti e confusi ed essi si gettarono nella polvere col ventre a terra …. (lacuna….) …. essi riferirono allora la cosa al Faraone. Sua Maestà ordinò di …. (lacuna) …. (probabilmente di ricercare se analoghi fatti fossero stati in precedenza registrati nei papiri della Casa della Vita) …. è stato esaminato …. (lacuna) …. ed egli stava meditando su ciò che era accaduto, che era registrato dai papiri della Casa della Vita (si noti come le lacune siano, nella traduzione del papiro, proprio nei tratti forse più interessanti e per noi posteri – diciamo – punti chiave per importanti deduzioni storiche ed anche scientifiche). Ora, dopo che fu trascorso qualche giorno, ecco che queste cose divennero sempre più numerose nei cieli d’Egitto (il termine «cosa» si è usato anche recentemente per indicare i Dischi Volanti, avendo il più delle volte forme varie ed indefinibili; è un termine quindi universalmente accettabile come definizione logica che l’uomo di ogni epoca abbia dato agli U.F.O.). ll loro splendore superava quello del sole (tale ed insolita doveva apparire la loro luminosità, specie notturna; è da tenere presente che, di giorno, poi, anteposti allo stesso sole, sono stati scambiati per il sole medesimo) ed essi andavano e venivano liberamente per i quattro angoli del cielo (lacuna) (è evidente che la lacuna poteva precisare importanti dati sulla direzione e sulla velocità degli UFO, ma già quel «per i quattro angoli» dice tutta la remota provenienza di quei corpi celesti, per i quali non esisteva limite d’orizzonte). Alta e sovrastante nel cielo era la stazione (chiarissima descrizione della nave-madre-astronave cosmica ) da cui andavano e venivano questi cerchi di fuoco (altra logica e chiara definizione dei ricognitori spaziali U.F.O.). L’esercito del Faraone la osservò a lungo con lo stesso Re (era quindi pressoché immobile). Ciò accadde dopo cena (visione notturna). Di poi questi cerchi di fuoco salirono più che mai alti nel cielo e si diressero verso il Sud (il complesso fenomeno ci richiama alla memoria casi ormai classici). Pesci ed uccelli caddero allora dal cielo (apporti abituali in tali manifestazioni). Grande fenomeno che mai a memoria d’uomo fu in questa terra osservato …. (lacuna) …. (la interruzione non esclude un fuorché …., con importanti citazioni anteriori a quella data e di eccezionale importanza storica) …. ed il Faraone fece portare dell’incenso per rimettersi in pace con la Terra (s’intenda per Terra l’altare sacro al dio Sole egiziano, Amon-Ra, tenendo presente che gli Egiziani reputavano queste manifestazioni energetiche una emanazione voluta da quello stesso dio, quale segno d’ira verso gli uomini) …. (Segue ancora una lacuna in cui non è improbabile che si precisasse qualcosa che poneva in stretto legame la remota origine del culto solare con tali avvistamenti) …. e quanto accadde il Faraone diede ordine di scriverlo e di conservarlo negli Annali della Casa della Vita, affinché fosse ricordato per sempre dai posteri….». Boncompagni in quel periodo si dedicava anche allo studio degli scritti sacri degli antichi Egiziani e ben presto pote’ constatare che in una scena tratta dal Libro dei Morti, nella riproduzione del Papiro di Torino, si poteva molto chiaramente osservare tre corpi volanti in cielo, discoidali ed in fila indiana: La scena presenta poi, sottostante al fenomeno, una imbarcazione con offerte: e si sa che la barca simbolicamente significa avventura, esplorazione. Inoltre il tutto fa parte del capitolo CX, la cui traduzione in lingua italiana si conclude con la seguente frase: «Io approdo al momento (giusto) sulla Terra, all’epoca stabilita, secondo tutti gli scritti della Terra, da quando la Terra e’ esistita e secondo quanto ordinato da… (lacuna)… venerabile. »

La Madre di Pietra

E’ quasi impossibile sintetizzare in poche righe l’ avventurosa vita e le sensazionali scoperte del professor Angelo Pitoni, ma noi ci proviamo lo stesso: geologo, partigiano, agente nel 1943 dell’Office Strategic Service (la speciale sezione dell’ esercito americano alle dirette dipendenze del Presidente degli Stati Uniti), esploratore in Venezuela di zone sconosciute e selvagge, etc. Ha trovato in Sierra Leone una misteriosissima pietra: da alcuni esami effettuati a Ginevra e all’universita’ “La Sapienza” di Roma e’ risultata un minerale che non puo’ esistere in natura, e la combinazione di elementi che contiene non e’ mai stata classificata sotto forma di roccia. Anche il suo colore e’ un enigma: un Istituto di Gemmologia crede che sia una composizione artificiale. Il professor Pitoni, poiche’ il suo colore e’ uguale a quello del cielo sereno visto in alta montagna e presenta venature bianche che ricordano le nuvole, ha deciso di chiamarla “Sky Stone”, ossia Pietra del Cielo. Sempre nella stessa zona ha rinvenuto alcune curiose statuette raffiguranti esseri dalle proporzioni anomale che gli indigeni chiamano “Nomoli”. Dopo studi, ricerche ed analisi con il Carbonio 14 il professor Pitoni ha capito che si trattava dell’opera di una civilta’ molto avanzata, una razza umana antichissima che viveva circa diecimila anni fa, proveniente forse da un continente nell’ oceano Atlantico, la famosa Atlantide. Recentemente Pitoni e’ tornato in Africa, come gia’ accennato nella sua precedente intervista. Che cosa ha scoperto questa volta? LA PIU’ ANTICA E GRANDE SCULTURA DEL MONDO. La cosiddetta “Dama dei Mali”. E’ scolpita in una parete rocciosa, e si presenta come un bassorilievo a tre quarti di una testa femminile ben modellata su di un corpo appena pronunciato. Questa roccia forma la cima di un monte a circa 1.500 metri d’altezza vicino a un villaggio Mali che si trova a circa 350 chilometri in linea d’aria a nord di Conakry, capitale dello stato di Guinea. La leggenda popolare racconta che una donna era infelice ed un venerdi colpi’ o uccise suo marito; allora Dio la puni trasformandola in pietra! Secondo gli studiosi che gia’ la conoscevano, e’ l’effetto dell’ erosione eolica. Volendo verificare di persona, sono andato sul posto per studiare il fenomeno insieme al dottor Moussa Courouma, archeologo e direttore del Museo Nazionale della Guinea, ed un fotografo. Dopo un viaggio di due giorni, arriviamo al villaggio Mali. Ci riceve il prefetto, la massima autorita’ della zona, e dopo un cordiale benvenuto ci da’ una guida per condurci nel luogo della “Dama del Mali”, a non piu’ di 5-6 chilometri di distanza. Raggiungiamo una piccola altura dove c’e’ un tipico villaggio di capanne. Da qui si accede con un sentiero ad un colle che sembra un “belvedere” naturale e quasi di fronte, su una parete di roccia alta ed uniforme sopra un baratro vertiginoso, si erge maestosa ed impressionante la “Dama”. Il suo viso e’ ben modellato e si conserva abbastanza bene sul lato ovest che risulta il piu’ protetto dalle intemperie; invece il lato est sembra colpito da un certo degrado. Mentre la testa appare ben definita, dal collo in giu’ il corpo e’ appena accennato. Ad occhio e croce la testa sembra alta circa 25 metri, e l’intera struttura non meno di 150, ma la roccia continua a picco per circa altri 200 metri. Il volto della Dama guarda da nord-nord ovest a sud-sud est, ed e’ rivolto leggermente in basso verso la grande valle circostante. La formazione geologica e’ un’emersione di granito con una “faglia” intermedia che la divide in due con un bradisismo che eleva una parete in alto e provoca lo slittamento in basso della parte opposta. Perche’ secondo lei la Dama non puo’ essere frutto dell’erosione eolica, cioe’ una scultura “naturale” generata dal vento ? Non mi sembra possibile in base a una serie di osservazioni di natura geologica. Inoltre, nella zona non esiste una prevalenza di vento, a detta degli abitanti; difatti gli alberi sono molto dritti e non hanno le inclinazioni classiche delle zone ventose. Per ottenere una forte erosione eolica e’ necessaria la sabbia, come quella dei deserti, che essendo silicea consuma rocce di materiali piu’ deboli, tipo le arenarie con materiale legante calcareo o argilloso, oppure calcarei amorfi o al massimo metamorfosati; ma questa figura femminile si trova a circa 1.500 metri d’ altezza, quindi lontanissima da ogni deserto dalle dune mobili, e nessun vento potrebbe portare sul posto sabbie di alcun genere. Guardando l’insieme di tutta la formazione rocciosa della montagna, si nota la possibilita’ che ci sia stato uno scorrimento ad effetto di bradisismo, che e’ sparito dalla base della figura per varie centinaia di metri, per cui il resto del monte risulta piu’ in basso e lo sperone che contiene l’immagine sembra ergersi molto piu’ in alto; da cio’ si puo’ desumere che la figura e’ stata scolpita e che l’opera fu eseguita prima dello scorrimento della parte di montagna, oggi molto piu’ in basso. Quale puo’ essere l’eta’ della statua ? Possiamo desumerla soltanto per indizi. Sono chiari i canali formatisi nella roccia per effetto del bradisismo da sotto la base della Dama del Mali per qualche centinaio di metri, dove e’ evidente lo scorrimento della “faglia” geologica. Se questo scorrimento fosse stato rapido ed improvviso avrebbe provocato effetti di calore e compressione tali da lasciare tracce di metamorfosi nei pu’nti di contatto; per esempio, in una roccia calcarea formerebbe una linea sottile di calcite, in altri tipi di materiali, invece, tracce vetrose o altro. Nel nostro caso non sembra che si presentino tali se gni, quindi dobbiamo pensare ad un bradisismo lento. Ora, un bradisismo lento, anche se fosse nella sua lentezza il piu’ veloce, non si sviluppa a piu’ di un centimetro l’anno. Cio’ significa che produrrebbe un dislivello di un metro ogni cento anni, dieci metri ogni mille anni, cento metri in 10mila anni. Dal momento che il dislivello dalla base della Dama del Mali e’ superiore ai 200 metri, dovremmo valutare che la sua formazione sia avvenuta piu’ di 20mila anni fa! Ma questa e’ solo una supposizione del minimo di tempo: con le stesse osservazioni potrebbe essere anche piu’ di un milione di anni. Ora, se facciamo un ragionamento sulla possibilita’ che sia stata scolpita con il minimo della sua possibile eta’, e’ giocoforza concludere che sia stata fatta da una civilta’ anteriore alla nostra. Se invece dovessimo pensare alla probabile eta’ di piu’ di un milione di anni, non resterebbe che l’ipotesi fantascientifica di una civilta’ extraterrestre che ha voluto lasciare sul nostro pianeta questa testimonianza della sua esistenza. Considerando la sua forma dovremmo anche pensare che questi alieni sarebbero fatti piu’ o meno a nostra immagine e somiglianza! Noto una strana analogia tra la figura della Dama del Mali e il famoso “volto” scoperto su Marte. In tutti e due gli occhi sono affossati quasi nello stesso modo. Inoltre la scultura della Dama del Mali ha un colore differente dal resto delle rocce, pur facendo parte della stessa formazione geologica; questo e’ un altro dei quesiti da indagare. Lei ha avuto anche una specie di “colloquio” con questa maestosa figura… Si’, e’ vero. Arriviamo su un’altura, quasi di lato alla cima rocciosa dell’emersione granitica e ci appare quasi d’improvviso la grande testa della Dama, altera ed imponente, La guardo intensamente, all’incirca alla stessa altezza dei suoi occhi, e sento una grande emozione; ho l’impressione che anche lei mi guardi con i suoi occhi fissi, profondi e impenetrabili”. Nel mio cervello nasce un turbine di pensieri e di domande: “Chi sei, Regina del Mali? Chi ti ha fatto? Qual e’ il mistero che ti circonda?” Sorpresa! Nella mia mente si formano anche le risposte, che infine sono altre domande: “Chi sei tu, piccolo uomo che mi ronzi intorno come un insetto?” Rispondo: “Sono l’ uomo del ventesimo secolo che vuol conoscerti e sapere chi sei!” E lei: “lo sono la madre di tutti e di nessuno! Sono fatta di pietra, ma ho l’anima che e’ l’espressione di chi mi fece! Sono una madre concepita dai propri figli agli albori dell’umanita’!” Mi sento confuso e cerco di mettere in ordine i pensieri… Penso… “una madre di tutti e di nessuno e’ stata fatta da Dio, mentre tu sei stata fatta dall’uomo; perche?” La Regina del Mali sembra aver ascoltato i miei pensieri e dice: “Dio ha creato la Terra e questa ha fatto l’uomo, ma e’ lui che deve fare l’umanita’! Sono come un ovulo maturo… e tu, piccolo uomo del 20ø secolo, sei come uno spermatozoo che puo’ penetrare nel mio ovulo! sono ventimila anni che aspetto di concepire l’umanita’!” “Ma dimmi, Regina, ci sono stati grandi uomini in tutti i secoli passati. Nel bene e nel male: i filosofi greci e latini. Alessandro Magno, Cesare, Napoleone, Nerone, Gengis Khan, Tamerlano… perche proprio l’uomo del 20ø secolo dovrebbe entrare nel tuo ovulo?” Risponde: “Perche forse non era maturo, ma nel concepimento milioni di spermatozoi hanno la possibilita’ di fertilizzare, pero’ uno solo riesce, gli altri vanno tutti perduti!” “Come si puo’ dire che vanno perduti? Migliaia di filosofi, poeti, pensatori, scopritori, geni, compositori non sarebbero serviti a nulla?” “Si’, sono serviti all’ uomo, ma non hanno partorito l’umanita’. Gli uomini continuano a uccidersi in guerre inutili, una gran parte soffre la fame nell’ indifferenza di chi mangia. L’ uomo rovina la Terra, che e’ la sua madre diretta, inquinando i mari. distruggendo i boschi e sporcando l’ aria, le montagne e le vaste pianure. L’ umanita’, in effetti, non e’ mai nata! Vedi, gli u’omini oggi sono come le cellule ai primordi della vita organica. Vivevano isolate o in gruppi in continua lotta tra loro; poi, con milioni di anni e mutamenti riuscirono a trasformarsi in un corpo, dove ogni cellula si responsabilizzo’ di fronte alle altre; ognuna formava qualcosa che serviva a tutte… e finalmente l’espressione dell’insieme fu il corpo! Oggi, anche gli uomini vivono isolati o in gruppi in continua lotta tra di loro, ma ancora non hanno assunto la responsabilita’ di se stessi verso gli altri, e quindi non hanno ancora formato il corpo dell’ umanita’. Pero’, mentre le cellule agivano inconsciamente e la Natura poteva amministrarle, gli uomini si allontanano sempre piu’ dalle leggi naturali, e con la coscienza egoistica dei singoli e dei gruppi finiscono per bruciare il tempo. Tanto che potrebbero trasformarsi in cellule maligne, facendo morire la loro madre Terra!” Quasi mi vergogno di me stesso, mentre mi allontano dalla Regina del Mali. Prossimamente organizzero’ una nuova spedizione in Africa, molto probabilmente con il Club Alpino Italiano di Rieti che sta pensando di parteciparvi. Dovranno indagare sulle enormi proporzioni del monumento e su altri interessanti particolari della Dama, calandosi con le loro corde lungo la scultura.

Martello impossibile di Kingoodie

Nel 1844, a Kingoodie  (nord Inghilterra),  il fisico inglese Sir David Brewster trovò un martello in un blocco di arenaria spesso 9 pollici. L’arenaria, datata dal dottor A. W. Med del Centro Ricerche Geologiche Britannico, risale ad un periodo compreso tra i 360 e i 460 milioni di anni. Da dove è venuto fuori questo martello? (fonte:  MMMgroup)

 

Oroboro,  un  principio magico.

Oroboro è una delle figure simbolo dell’alchimia ,  la  figura  di  un  serpente  che  si morde la  coda  e – così  facendo – forma  un  circolo  infinito ,  emblema  dell’eterna continuità del Cosmo e dell’eterna trasformazione della vita.  Formando  un  cerchio, Oroboro rappresenta la perfezione, l’unità  e  la  continuità del Tutto,  dell’Universo. Su questo si basa il mondo, sulla cognizione che la morte nasce dalla  vita  e  la  vita nasce dalla morte,  che  ogni  cosa  è  portata  alla vita  dal  suo  esatto  contrario.  Il principio è la fine e la fine è il principio, Oroboro è il principio senza  fine  e  anche la fine senza principio. Oroboro è Samsara, l’eterna catena  della vita;  la  ruota  che gira  all’infinito  raffigurata anche nell’arcano numero 10  dei Tarocchi ,  simbolo  di trasformazione, dell’infinita ripetizione della differenza. Tutto comincia nel  preciso istante  in  cui  termina .  Oroboro è  il  testimone  dell’eterno  processo  di  differenziazione ,  la  dinamica  trasformazione dell’esistenza .  Oroboro  è  vigile attento della crescita materiale  e  spirituale.  Il  serpente  appare  in  tutte  le  simbologie ,  come origine   del  principio  ( che  sostiene  il  Cosmo  fin  dall’inizio  dei  tempi) ,  come impersonificazione di antichi dei o come un elemento naturale della vita stessa. Così Oroboro è anche Ananta-Sesha, su cui riposa Bhrama; è Midgardorm  che  separa  la Terra  del  Dio  Midgard  e  tiene  unito  il  mondo  degli  dei; è  Rá-Atum,  la  prima divinità scaturita dal primo sorso d’acqua primordiale con cui Shu e  Tefnut  diedero inizio alla creazione. Oroboro è ovunque. E’ cambiamento e vita, crescita e sostegno fin  dall’alba  dei  tempi .                             (by  annakerenina)

I Crani anomali di Ica e Merida

Secondo le moderne teorie, varie popolazioni umane penetrarono nel Nord America nel 32000 a.C., e più tardi nell’America del Sud. Queste popolazioni presentavano caratteristiche tipiche dell’uomo moderno. Alla luce dei fatti però possiamo ipotizzare che nel nuovo continente fossero già presenti razze differenti di esseri umani… Durante il suo viaggio intorno al mondo, Robert Connolly ebbe la possibilità di soggiornare nelle località di Ica (Perù) e Merida (Messico), dove per caso gli si presentarono dinanzi numerosi crani deformi e di enormi dimensioni. Quando alcune fotografie dei crani furono rese pubbliche, la maggior parte degli studiosi ritenne che essi fossero stati ottenuti mediante una fasciatura della testa, particolarmente in voga nel continente africano e sudamericano. Questa teoria però non è convincente, in quanto la capacità di un cranio rimane invariata prima e dopo la deformazione, mentre i crani in questione presentano una capacità maggiore rispetto a quella di un cranio normale. I crani sembrerebbero piuttosto appartenere a speci completamente sconosciute, lievemente simili al genere “homo”. I dati su questi reperti non sono completi e non si conosce con esattezza la loro età. In uno dei crani la parte frontale sembra appartenere alla famiglia pre-Neanderthal, ma la mandibola, sebbene più robusta che in un cranio moderno, ha fattura e caratteristiche moderne. La forma del cranio non presenta alcuna analogia con i tipi finora conosciuti. Sono presenti alcune minori caratteristiche tipiche del Neanderthal, come la sporgenza occipitale dell’estremità inferiore e la base appiattita del cranio. Altre caratteristiche sono invece tipiche dell’Erectus. L’angolo della parte inferiore del cranio è, stranamente, insolito. Ovviamente dobbiamo tener conto anche della possibilità che si tratti di un individuo deformato, ma l’ipotesi non reggerebbe affatto, poiché esso non sarebbe stato in grado di sopravvivere a lungo. La risposta sembra essere che lo scheletro sia l’esempio di un tipo sconosciuto di umano premoderno o di un tipo umanoide. Come ovvio dal paragone con un moderno scheletro umano, la capacità del cranio in questione risulta nettamente superiore rispetto a quella di un cranio di umano moderno. Questo non è sorprendente, poiché è noto che gli ultimi esemplari appartenenti alla famiglia Neanderthal e i primi tipi di umani moderni (uomo di Cro-Magnon) avevano una maggiore capacità cranica (entrambi circa 1600-1750 ccm) rispetto ai moderni tipi umani (1450 ccm). La diminuzione della capacità cranica è un dato sconcertante, ma questa è un’altra storia. Non meno sconcertante è ciò che sta provocando tra gli studiosi l’esemplare di un tipo di umano premoderno. Secondo l’antropologia classica, il cranio in questione non dovrebbe nemmeno esistere, poiché risulta enormemente deformato e capiente. Il cranio “premoderno” e i tre esemplari seguenti furono trovati nella regione peruviana del Paracas. E’ probabile che il premoderno sia infatti un precursore del tipo a forma di “cono”, ma poiché al momento non abbiamo alcuna analisi sull’età dei crani, possiamo soltanto permetterci di avanzare vaghe congetture. Il tipo “conico” è del tutto inusuale e per via della sua forma; possiamo pertanto escludere che sia stato ottenuto esclusivamente tramite una deformazione artificiale. Non c’è dubbio che i vari esemplari di questo tipo siano strettamente connessi tra loro; probabilmente rappresentano un ramo quasi distinto del genere “Homo”, o addirittura una specie differente. L’angolo della parte inferiore del cranio conico non si allontana da quello normale e le proporzioni generali sono corrette. Possiamo stimare la minima capacità cranica di questi esemplari a 2200ccm, ma può essere elevata fino a 2500ccm. La forma del cranio potrebbe essere una risposta biologica per aumentare la massa del cervello senza il pericolo di relegare la specie all’estinzione e per mantenere una riproduzione biologica intatta. Il cranio di tipo “J” presenta diverse serie di problematiche. E’ l’equivalente di un moderno tipo di cranio in tutti gli aspetti, con numerosi fattori fuori dalla proporzione. Meno significante è la misura delle orbite degli occhi, che sono più larghe di circa il 15% rispetto alle moderne popolazioni. Più significativa è l’enormità della volta del cranio. La capacità stimata del cranio varia tra un minimo di 2600ccm a un massimo di 3200ccm. Il cranio di tipo “M” è incompleto. Ciò che appare evidente dai resti della porzione facciale è che le caratteristiche sono totalmente estranee a quelle di un umano moderno. La volta cranica è tra le più larghe e possiamo tranquillamente stimarla sui 3000 ccm. Inoltre, i due lobi sporgenti sono totalmente anomali. Sia il tipo “J” che il tipo “M” costituiscono impossibilità biologiche. Forse la durata media della vita di questi individui era più lunga rispetto ai moderni tipi di umani ed essi avevano la possibilità di svilupparsi per un periodo di tempo molto lungo. Tipi anomali di crescita o forma appaiono purtroppo da sempre nella popolazione umana, ma questi casi, per quello che si sa, non sono mai giunti ai livelli sbalorditivi dei ritrovamenti elencati. Il cranio più capiente documentato nella storia della medicina aveva la capacità di 1980 ccm, comunque, la sua forma era normale. Inoltre è necessario ricordare che ogni crescita patologica del cranio provoca conseguenze disastrose se l’individuo è nel primo stadio dello sviluppo, praticamente senza eccezioni; non si spiega quindi il fatto che tutti i crani ritrovati appartenevano a individui maturi. E’ opportuno ricordare che la capacità del cranio non è proporzionale all’intelligenza. L’individuo con il cranio più grande, sopra menzionato, era una persona ritardata, mentre si conoscono casi di veri e propri geni dotati di crani di dimensioni assai minori alla media.

Il Pimandro di Ermete Trismegisto

– Valori esoterici e scientifici di un mito

– Una visione universale

– La legge senza tempo

 

Parlare di Ermete Trismegisto ci porta a riesaminare uno dei miti più importanti e discussi dell’antico Egitto. E’ un mito che si presta con facilità a le interpretazioni più disparate. Ogni corrente teosofica, ogni società iniziatica, ha ricercato le proprie giustificazioni nel mito di Osiride e di Iside. Osiride; la personificazione del Sole, il simbolo della Conoscenza, la Libertà, la Luce dell’anima; Iside: la Luna, la parte femminile del sapere, collaboratrice alla nascita del pensiero, figlio della conoscenza e della luce dell’anima. Seguendo la linea mitica, che Diodoro Siculo fa risalire a 189 secoli avanti di Mene, e che l’ipotesi di studiosi ha ritenuto individuare in epoche assai più vicine a noi (si pensi che Mene ha regnato sull’Egitto circa 3000 anni prima dell’era volgare) Osiride è un antichissimo re, che riunì i popoli della valle del Nilo in un dominio, retto dall’amore tra gli uomini e dalla giustizia. Fu ucciso da Set o Tifone, che personifica l’ignoranza, il dispotismo e l’oscurantismo, e il suo corpo, prima affidato alle acque del Nilo, fu poi tagliato in quaranta pezzi, poi dispersi. Iside, sposa e sorella di Osiride, rintracciò 39 pezzi del corpo di Osiride. Le parti genitali, quarantesimo pezzo, erano state divorate da un pesce. La leggenda continua narrando i vari interventi di Horo e di Thot, in aiuto della vedova Iside e contro il barbaro Set. È una leggenda ampiamente umanizzata, che abbiamo riportato sinteticamente, sulla base di quanto ne riferisce Plutarco. Ma il mito ha anche un diverso andamento. Secondo questa versione, Osiride era un dio che visse tra gli uomini un lungo tempo. Qui viene fatto di rilevare: « Dio », quindi essere proveniente da sfere di vita diverse da quelle terrene. Si riaffaccia l’ipotesi extraterrestre, che sta guadagnando sempre più terreno, con gli attuali studi clipeologici. E il Thot, quello che fu poi detto l’Ermete Trismegisto, che tanta parte ha nel mito solare, in diretto contatto con Horo, con Rhea e Kronos, assumerebbe aspetti extraterrestri, che darebbero significati particolari agli enunciati della Tavola di Smeraldo, di una fase di conoscenza cosmica della natura. Significati cosmici, dicevamo, anche in vista dei particolari attribuiti che gli antichi riti, prima, e le interpretazioni esoteriche, poi, vollero dare alla figu-ra di Thot- Ermete. Secondo questa visione, è a Thot che si deve l’anno di 365 giorni, aggiungendo 5 giorni, detti « epagomeni » ai 360 formati dalle dodici lunazioni. Ed è indiscutibilmente a questo personaggio, con qualsiasi nome si voglia chiamare, magari consorziando in lui una progressiva conoscenza, come è caro sostenere a quegli studiosi, che all’esistenza di Ermete Trismegisto non vogliono credere affatto (ma ciò non era avvenuto, agli ultimi del secolo scorso, anche per Omero?) è a lui che si debbono le prime concrete considerazioni sulla natura dell’Universo. La visione universale della Tavola di Smeraldo Ritorniamo all’esame dell’opera principale di quest’essere straordinario per il quale, veramente, sarebbe lecito pensare un’origine extraterrestre. Le leggi enunciate dalla Tavola di Smeraldo, si potrebbero formulare di nuovo in questo modo: 1) La materia che compone l’Universo è una sola. Essa non si distrugge, non subisce ne alterazione, ne invecchiamento. Essa è capace di fecondarsi e rinnovarsi da sola, in continuità, utilizzando i due principi dinamici che contiene nel suo interno. 2) I due principi dinamici (Osiride e Iside) sono la forza attiva, creatrice, conservatrice e distruttrice e la forza passiva, che riceve l’azione della prima e produce la materia. Tutto questo avviene secondo un moto fluido costante. 3) Vita e morte, principio e fine, risultano dalla reazione continua di questi due principi dinamici, tra loro. Il tempo sembra contenere stabilmente in sé ambedue i principi, perché in lui finiscono tutte le cose che si sono realizzate suo tramite. 4) Ciascuna fine non è fine, perché conserva l’energia di base, capace di riprodurre un modo di esistere, che può essere attivo o latente. 5) L’energia cosmica si distribuisce sempre in fase di equilibrio e anche dove sembra in eccesso o in difetto, trova la risposta di bilanciamento nella vastità dell’Universo. Essa è costante, senza inizio e senza possibilità di fine. 6) La conoscenza di tutto va oltre i limiti dei sensi e supera le facoltà della ragione che, senza l’indicazione della via da seguire, non può ritrovare la ragione dell’essere e del divenire (conoscenza iniziatica). 7) L’unione dei due principi dinamici si esercita in un ordine armonico, ma bisogna tener presente le possibili accidenze perturbatrici. I motivi alchemici, che si contengono in questa serie di enunciati apparentemente semplici, sono sempre stati fondamentali per gli alchimisti di tutti i tempi. In realtà, la rivelazione di base sta nel concetto dell’unità della natura della materia. Secondo Ermete Trismegisto, il componente di base dell’universo è unico, quindi l’opera alchemica si riassume nell’isolarlo e nel raggrupparlo di nuovo, secondo la diversa architettura strutturale della sostanza cercata. Come si vede, ancora una volta, concetto alchemico e concetto fondamentale di fisica nucleare. Poiché l’alchimista non possedeva ciclotroni e sincrotroni, gli sforzi si appuntavano verso un corpo, una sostanza catalizzatrice, capace di compiere questa disintegrazione e la sognata reintegrazione: la Pietra Filosofale. Ma nel Trismegisto l’insegnamento non si limita all’enunciazione di nozioni, a fondamento delle ricerche scientifiche di successivi millenni. Sappiamo che l’insegnamento diretto, fondamentale nell’esito della esperienza alchemica, è andato perduto, almeno per quanto è accessibile a qualsiasi studioso dall’esterno. Non bisogna peraltro dimenticare che non esiste dottrina alchemica, senza una dottrina esoterica. L’affinamento dell’operatore, il perfezionamento intimo dell’alchimista, è fase fondamentale per la riuscita completa dell’opera. Secondo alcune visioni del problema alchemico; questo affinamento, questo sforzo di perfezionamento, è il principale scopo dell’alchimia. Noi riteniamo che questo modo di vedere sia illogico e parziale. Non si comprenderebbe, infatti, lo scopo di perfezionare il singolo individuo, specie tenendolo nella segregazione iniziatica propria dell’ambiente alchemico, se non per la realizzazione di un’opera più vasta. L’Intelligenza suprema che si rivela e parla. Se sui papiri di Leida e di Stoccolma il Trismegisto parla della depurazione del piombo e dello stagno, la trasmutazione in argento, l’imbianchimento del rame, la fabbricazione dell’electrum, sembra quasi che questi processi di chimica-metallurgica, siano accidenze occasionali, nel corso dell’opera principale del Trismegisto. Purtroppo, a cura della barbarie romana, nella conquista dell’Egitto, andarono distrutti diecine di migliaia di rotoli, di papiro che formavano la biblioteca di Alessandria. È voce sicura che tra questi si trovasse, devotamente conservata, l’intera opera del Trismegisto. Migliaia di Alchimisti, adepti e « soffiatori », hanno maledetto, attraverso i secoli, l’ignorante cecità dei conquistatori ma il fatto, del resto, non era destinato a rimanere isolato nella storia. Frati fanatici ed altrettanto ignoranti hanno distrutto le biblioteche dei popoli dell’America Centrale e di ogni altro luogo, dove sono riusciti a penetrare, in nome di una salvaguardia ideale il cui vero nome è oscurantismo ad oltranza. Nel caso romano, forse, non vi erano assunti dogmatici da sostenere a tutti i costi, e lo scempio è solo da accreditarsi alla grassa ignoranza del popolo romano in quegli anni, prima che la cultura etrusca e greca riuscissero a dirozzare, almeno in parte, i rudi conquistatori mediterranei. Fatto sia che l’opera del Trismegisto è andata perduta nella quasi totalità. Ma tra i rari frammenti rimasti, oltre alla Tavola di Smeraldo, è giunto fino a noi il « Pimandro ». È questa un’opera che è servita un po’ a tutti, Padri della Chiesa cristiana compresi, per ritrovarvi una base ai propri principi religiosi. Il fatto è che, al vertice, la verità è per tutti uguale, qualsiasi strada si sia percorsa per giungervi. Nel Pimandro, Ermete descrive un suo stato di contemplazione nel quale gli appare l’Intelligenza suprema, per rivelargli il segreto di tutte le cose. L’intelligenza ha creato tutte le cose: il Sole, come verbo luminoso, mediante il quale si forma lo Spirito(Pneuma) dal quale nascono sette ministri per governare il mondo sensibile. Essi formano il destino, o fato. Il mondo non si è formato dal nulla ma mediante un ordine dall’Intelligenza suprema al verbo luminoso. Poi viene formato l’uomo. A quest’ultimo viene dato il compito di conoscere la sua natura intima, in modo che, se preferisce esaltare le sue capacità interiori, può, dopo la morte, attraversare i sette cerchi delle prove e giungere a dio, anzi, divenire dio. Si ritrova il motivo induistico dell’annullamento in Brahama. In Ermete questo è il bene finale della Gnosi, posta a guida del genere umano. Oltre alle affinità con le religioni orientali, è da sottolineare il concetto della conoscenza, riconosciuta come una guida legittima dell’umanità. Nel secondo capitolo del Pimandro, Ermete determina la natura del moto e dello spazio e da una definizione dell’Intelligenza suprema, sotto il termine di Dio. I dodici capitoli seguenti si alternano nello studio della natura dell’uomo e del cosmo che lo accoglie, riferendosi sempre ad un’energia di base, da cui hanno origine tutte le manifestazioni. L’importanza del Pimandro nelle operazioni alchemiche può considerarsi duplice. L’operatore ha trovato anche troppo semplice identificare nell’uomo, soggetto delle speculazioni di Ermete, la stessa materia, sulla quale si deve compiere l’opera di perfezione. Ancora una volta si ripete il ciclo ierogamatico uomo-materia, già controllato nei primordi protostorici, tra l’uomo e i metalli, l’uomo e l’intera natura. II fratello maggiore dei minerali, l’alchimista, cerca motivi tanto spirituali che operativi, per aiutare ed accelerare quell’opera di maturazione che i millenni, si riteneva, avrebbero senz’altro prodotto spontaneamente. Tutti gli uomini, in quanto tesi alla perfezione, sarebbero un lontano giorno divenuti perfetti: tutti i metalli, fratelli inerti dell’uomo, nel grembo della terra madre avrebbero un giorno raggiunto la perfezione, rappresentata dall’oro. Il segreto alchemico è posto nell’individuare il processo di perfezionamento e nell’applicarlo sia all’uomo che alla materia. Il Pimandro di Ermete era senz’altro un valido aiuto in quest’opera.  (by xdonnax)

Spirali dal cosmo

Nel 1992 dei geologi russi, alla ricerca di oro sugli Urali, si imbatterono in oggetti mai visti prima. La maggior parte di questi oggetti, a forma di spirale, era talmente piccina, che quasi  non si distingueva ad occhio nudo. Alcune di queste spirali misuerebbe  addirittura 0,03 millimetri e sono prevalentemente in rame; in alcuni casi sono stati usati materiali più rari, come tungsteno o molibdeno. “Cosa c’è di strano?”, si chiederà il lettore. L’elemento assolutamente insolito sta nel fatto che questi reperti, di formazione non naturale, provengono da strati geologici molto antichi, nei quali, in teoria, non potrebbero trovarsi. Avrebbero, infatti un’età compresa tra i 20.000 e i 318.000 anni. Che siano reperti di origine extraterrestre o frutto di una civiltà anti-diluviana scomparsa nella notte dei tempi?      

La mappa di Piri Reis          

Ecco uno di quegli oggetti che a norma di storia non dovrebbe esistere: “La Mappa di Piri Reis”. Piri Reis nacque nel 1470  a  Gelibolu  l’attuale  Gallipoli. All’età di 14 anni s’imbarcò  sulla  nave  dello  zio  Kemal Reis  corsaro  turco  dedito a scorrerie nel Mediterraneo. Nel 1499 Piri Reis fu nominato ammiraglio della flotta Ottomana. Come risultato dei suoi numerosi viaggi scrisse un trattatato di geografia ” Kitabi Babriye”, in cui riportò la dislocazione dei golfi, delle insenature, delle secche, e delle rotte in uso all’epoca nel  mar  Mediteranneo  Egli  disegnò  nel  1513  su  una  pelle  di  gazzella finemente conciata una carta geografica. E dalle note scritte dall’ammiraglio a margine del  documento, sappiamo  per  sua  ammisssione, che il  disegno è stato copiato da mappe più antiche (circa venti) Dove Piri Reis abbia raccolto quelle mappe sorgenti, non  ci  è  dato di sapere. Si può supporre che siano state portate a Costantinopoli, insieme  a  molti  altri  documenti,  in  un estremo  tentativo  di  preservarli  dopo  la distruzione della biblioteca d’Alessandria d’Egitto causata dal terremoto e conseguente maremoto nel 390 d.C. La mappa (molto probabilmente frammento di una più grande) fu scoperta arrotolata su un polveroso scaffale nel 1929 quando si decise di fare un inventario dei reperti conservati nel Palazzo Topkapi a Costantinopoli (l’attuale Istanbul). Solo nel 1960, un eminente studioso, Charles Hapgood, volle cercare di capire a cosa si riferisse la mappa. Senza specificare cosa fosse, ma facendola copiare dai suoi studenti e presentandola come un lavoro di quel gruppo, spedì i frammenti dei disegni alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti e alla Nasa, chiedendo se fosse possibile sapere a cosa si riferissero. La prima risposta venne dalla Nasa, e fu stupefacente! Non sono carte strane, sono semplicemente la rappresentazione delle coste dell’America sull’Atlantico, delle coste Africane e della Costa della Principessa Martha della Terra della Regina Maud nell’Antartide com’era prima che fosse sepolto dai ghiacci, vale a dire dai 4000 ai 6000 anni a.C. E ancor più stupefacente, la mappa pare a volte ripresa dall’alto. Chi aveva fatto quei disegni 4000 anni prima di Cristo? E dall’alto per giunta? La conformazione delle coste dell’Antartide sono stati rilevati sotto la crosta di ghiaccio solo nel 1949 grazie a rilievi sismografici. Inoltre nelle numerse note apportate da Piri Reis a margine, si parla di terre in cui popolazioni non civili girano nude, agghindate con penne di pappagalli di vari colori; di mostri con pellicce bianche, ed enormi serpenti. Si possono vedere le Ande e il disegno di lama, animali sconosciuti in Europa. La scienza ufficiale fino ad allora non si era mai occupata della mappa di Piri Reis perché “scomoda”. Con ricerche più approfondite si venne a sapere che l’Ammiraglio da ragazzo aveva conosciuto un marinaio catturato in una delle sue scorrerie dallo zio corsaro. Il marinaio aveva navigato con Cristoforo Colombo e raccontò come Colombo consultasse strane mappe diverse da quelle allora conosciute. Furono queste che ritenute attendibili dal navigante genovese lo convinsero ad intraprendere il suo viaggio? Altre mappe antiche da quella di Oronzio Fineo disegnata nel 1532 all’atlante di Mercatore, riportano i confini di un mondo che all’epoca in cui questi eminenti e accreditati geografi vissero, non potevano essere conosciuti. Si suppone quindi che anche questi illustri cartografi abbiano avuto accesso a mappe molto antiche. Anche la Carta Mondiale di Re Giacomo ci mostra il deserto del Sahara come una terra fertile con laghi e fiumi e grandi città. E la Buache World Map ci mostra come l’Antartide fosse un continene diviso in due grandi isole con un grande mare interno come si potrebbe vedere oggi se non fosse coperto da 1,5 km. di ghiaccio. Possiamo osare pensare allora, a scanso della scienza ufficiale, che queste testimonianze scritte, insieme agli innumerevoli e misteriosi reperti archeologici che affiorano nelle foreste, nei deserti, in località distanti tra loro in tutto mondo siano la prova che noi “moderni” non siamo stati i primi nella lunga storia del nostro pianeta, ma che una grande civiltà sia esistita prima, distrutta da un enorme cataclisma che ne ha cancellato le tracce? Tutto farebbe supporre di sì perché non solo i documenti a cui abbiamo accennato ce ne danno conferma, ma se volgiamo la nostra attenzione ai miti e alle tradizioni degli innumerevoli popoli che abitano il nostro pianeta notiamo che tutti hanno un denominatore comune che preso in esame ci porterà inevitabilmente ad una visione più ampia e dilatata nel tempo della comprensione delle nostre origini. (by pirireis alias Marina Rossi)

La carta di Oronzo Fineo

Charles Hapgood nella sua ricerca di portolani antichi,oltre alla carta di Pirì Reìs, si imbatté in  una  raffigurazione  del  1531,   opera  di  Oronzio  Fineo  chiamata,  appunto, “Mappamondo di Oronzio Fineo”. Tale mappa è il risultato di copiature di numerose carte “sorgenti” e rappresenta la parte costiera del continente antartico priva di ghiacci.In essa il continente  antartico  è  fedelmente  riprodotto  e  posizionato , geograficamente, perfettamente. Su di esso vengono annotate catene montuose e fiumi, quali effettivamente abbiamo scoperto siano esistiti, ora coperti dalla coltre di ghiacci. La parte interna invece e priva di raffigurazioni fluviali e montuose, il che ci indica che tale parte, a differenza di quella costiera, era già ricoperta di ghiacci.Il mappamondo di Fineo sembra essere un’altra prova convincente riguardo alla possibilità di una remota colonizzazione del continente australe e lo ritrae in un’epoca corrispondente alla fine dell’ultimo periodo glaciale.La carta mostra anche numerosi estuari, insenature e fiumi, a sostegno delle moderne teorie che ipotizzano antichi fiumi in Antartide in punti in cui sono oggi presenti ghiacciai come il Beardmore e lo Scott. I vari carotaggi effettuati negli ultimi tempi sono a sostegno della tesi che l’Antartide era un tempo abitabile: i campioni sono ricchi di sedimenti che rivelano condizioni differenti di clima, ma soprattutto si nota una rilevante presenza di grana fine, come quella che viene trasportata dai fiumi. Inoltre, i carotaggi rivelano che solo intorno al 4000 a.C. l’Antartide venne completamente ricoperto dai ghiacci.  (by piccolapioggia grazie a Antonio Mattera)

 

Oggetti misteriosi in Italia

Lampade eterne

Molte leggende parlano di lampade eterne che brillavano per secoli senza spegnersi. A confermarlo è stata la scoperta della tomba di Tullia figlia di Cicerone, uomo politico, scrittore, filosofo romano vissuto nel I sec. a.C. Quando fu aperta la tomba sulla via Appia Antica, nel 1450 circa, il corpo della ragazza era ancora intatto ed immerso in un liquido trasparente. Ai suoi piedi c’era una lampada accesa che si spense al contatto con l’aria. Come aveva potuto illuminare la stanza per 1500 anni e da che cosa era stata alimentata? Secondo Charroux funzionò con pile nucleari che durano 5000 anni e diffondono una particolare luce bianco-azzurra.

 

Il Magico quadrato del “SATOR”                 

La più  famosa struttura  palindromica, che  ha  davvero  fatto versare fiumi di inchiostro a causa del suo innegabile fascino, è  probabilmente  quella  del  detta  del  ” Quadrato  Magico” . Infatti , analogamente  ad  un  quadrato  magico  numerico  (la somma delle cui  caselle  è  costante  in  ogni  direzione),  tale quadrato di lettere mostra  affascinanti  e  complesse  simmetrie. Eccone  lo  schema nella versione più frequente: Questo celebre quadrato è formato da cinque parole di cinque lettere ciascuna. Poste una  sotto  l’altra,  possono  essere  lette  da  sinistra  a destra, da destra a sinistra, dall’alto in basso, dal  basso  in  alto,  e  la  parola  della terza riga, tenet, letta a rovescio, rimane identica. Se, poi, si scrivono tutte e cinque le  parole  una di  seguito all’altra  (rotas opera tenet arepo sator), la frase  risultante può  essere  letta  ugualmente  bene  anche  in  senso  contrario ,  costituendo, quindi, un palindromo. Questo strano quadrato è stato rinvenuto in molti luoghi europei, sia citato in antichi testi e sia  raffigurato  su  altrettanti  antichi  monumenti . Numerosi studi sono stati condotti sull’origine e sul significato di questa formula. In  un  primo tempo la si credette un’invenzione medievale,  perchè  tutte  le  fonti  conosciute  non erano  anteriori  al  VI  secolo.

*Interprerazioni*

  1. A) Ipotesi cristiano-templare

Ma nel 1868, tra le  rovine  romane  di  Cirencester (l’antica Corinium), in Inghilterra, si  rinvenne  il  quadrato  graffito sull’intonaco  di una casa databile tra il II ed il IV secolo d.C. Si pensò che la formula fosse stata una cruces dissimulatae, ovvero un  artificio  dei  primi  cristiani  per  adorare  la  croce  in forma appunto dissimulata. L’ipotesi parve trionfare nel 1926 per merito di Felix Grosser, pastore evangelista, il quale trovò che le venticinque lettere del quadrato possono essere disposte in modo da formare le parole PATERNOSTER incrociate, fra una A ed una O, corrispondenti latine dell’Alfa e dell’Omega greci , principio  e fine di tutte le cose. Inoltre, nel  quadrato  stesso ,  le  parole TENET  formano  una croce, e la T ad ogni estremità può essere interpretata come come una  lettera  greca tau, anch’essa simbolo della croce. Infine, ai lati  di  ogni  T  appare  sempre  una  A (alfa) ed O (omega ) . Anche  lo  scoglio  della  parola  AREPO , che non esiste  nel latino , parve  cadere . Così  ne scrive  Giuseppe  Aldo  Rossi: “Si scoprì  che  nelle Gallie, a Lione, una certa misura di  superficie,  in  tempo  di  dominazione  romana, veniva chiamata sia semiiugerum, sia, con vocabolo del posto, arepennis, dal nome del carro, arepos, impiegato per lavorare il terreno. Niente di  più  semplice  che  il celtico arepos diventasse per i latini arepus. Come controprova, dalle pagine di una Bibbia  greca  del  XIV  secolo ,  dovuta  ad  un  monaco  bizantino, balzò  fuori  una traduzione del quadrato, dove alla parola AREPO corrispondeva il greco arotron (carro). Intendendo allora arepo come  un  ablativo  di  strumento , si  otteneva: “Il Seminatore, col suo carro, tiene con cura le ruote”; intendendolo, invece,  come  un dativo d’interesse: “Il Seminatore, inteso al suo carro, tiene con cura le ruote”. Altri, invece,  hanno  proposto   differenti  chiavi  di  lettura.  Ludwig  Diehl, ad  esempio, ritenne che il quadrato dovesse leggersi  in  modo bustofredico (cioè a serpentina): sator opera tenet – tenet opera sator (il seminatore possiede le opere, ovvero Dio è il Signore del creato). In conseguenza di  tutto questo, si concluse  che  il  quadrato aveva un significato cristiano, che era stato  composto  nel III secolo e che la zona d’origine poteva essere la Gallia. Anzi, il quadrato venne detto “di Sant’Ireneo”, dal nome del padre della Chiesa morto appunto a Lione nel 202. Successivamente, tra il 1932 ed il 1933, furono scoperti altri quattro quadrati a Dura Europos, anteriori al 256 d.C., anno della distruzione della città. Ma la scoperta più importante avvenne durante gli scavi per disseppellire la città romana di Pompei, coperta da spessi strati di scorie vulcaniche durante l’eruzione del Vesuvio avvenuta nell’anno 79 d.C. Il 12 novembre 1936 Matteo Della Corte, l’insigne studioso dei graffiti pompeiani, lesse un esemplare integro, graffito nella scanalatura di una colonna della Grande Palestra, accanto all’Anfiteatro. Un altro, mutilo, era stato scoperto il 5 ottobre 1925 nella casa di P. Paquius Proculus, sulla via dell’Abbondanza, ma egli non si rese conto che si trattava del medesimo testo. Dopo queste scoperte, il quadrato venne anche chiamato latercolo pompeiano. La presenza del quadrato nell’antica Pompei poneva nuovi interrogativi. In primo luogo non vi era prova dell’esistenza del culto cristiano (espressamente esclusa da Tertulliano), ma soprattutto veniva a cadere l’interessante interpretazione delle A e delle O come alfa e omega: essendo queste lettere greche entrate nella simbologia cristiana in seguito allo scritto profetico dell’apostolo ed evangelista san Giovanni (Apocalisse 1, 8, 21, 6 e 22, 13). Ebbene, la diffusione di quel testo nell’Italia centrale e meridionale non poté avvenire prima del 120-150. Alcuni studiosi, come Carcopino, hanno voluto comunque salvare l’ipotesi cristiana ipotizzando che i quadrati pompeiani siano stati incisi da antichi scavatori in un’epoca posteriore all’eruzione; ma ciò contrasta con le risultanze degli archeologi, che hanno trovato intatti gli strati di sedimenti al di sopra dei graffiti. Oltre Pompei, in Italia il quadrato si trova in parecchi altri luoghi: tra i casi più interessanti la Cattedrale di Siena ed anche Sermoneta, dove il palindromo assume una curiosa struttura circolare. Anche in numerose località europee è possibile rintracciare il quadrato su qualche monumento. In Francia: nella chiesa di San Lorenzo di Rochemaure; in una vecchia casa di Le-Puy; nei castelli di Chinon, di Jarnac e di Gisors. In Spagna a San Giacomo di Compostela, celebre meta di pellegrinaggi medievali. In Ungheria graffito su una tegola di una villa romana di Aquincum, l’odierna Altofen (la vecchia Buda). Dato che alcune delle località dove è stato rinvenuto il quadrato furono possedimenti templari (ad esempio Gisors e Rochemaure), la prof. Bianca Capone, sulla base di attenti studi e personali ricerche, ha ipotizzato un legame fra il “Magico Quadrato” ed il famoso ordine religioso-militare dei Templari: sembrerebbe, infatti, che gli antichi cavalieri. probabilmente depositari di preziose conoscenze esoteriche, usassero tale simbolo per contrassegnare luoghi particolari o per trasmettere nascoste informazioni cifrate. (fonte non pervenuta).

  1. B) Ipotesi del “sigillo potenziatore”

Il quadrato del Sator è essenzialmente un sigillo. Per essere chiari, si tratta di un oggetto o pergamena che serve per preservare la funzionalità di qualcosa, che lo sigilla appunto.
Nel caso del Sator si deve tener conto che la frase che si può leggere sopra è: Sator arepo tenet opera rotas.
Il seminatore Arepo mantiene le ruote all’opera, questa è la traduzione letterale.
Nella Grecia antica il nome Arepos era comune, un pò come tizio o caio nella Roma antica, quindi si deve interpretare in questo modo: “il seminatore” (colui che mette i semi, che si prodiga affinchè qualcosa nasca, ma non in senso letterale, ma bensì in senso magico) in alchimia colui che semina non è inteso solo come Divinità ma anche come colui che trasforma il seme (l’idea, il concetto, l’oggetto, la propria coscienza) in qualcos’altro (qualcosa che fiorisce, che si sviluppa e che dà frutti).

Quindi:
“Arepo” (persona comune)
“tenet” (mantiene) il verbo tenet in latino significa qualcosa che si muove in una o più direzioni con un movimento ritmico. Può anche essere la parola da cui deriva il termine inglese “Tennis”
“opera” qualcosa che si muove, che serve, che ha un’utilità
“rotas” ruote, ma anche ingranaggi, o macina, o anche in senso magico /alchemico qualche cosa di circolare (flusso/riflusso, che va e torna) d’altra parte nella wicca si dice, così come in molte filosofie che tutto ciò che fai nel bene ti torna indietro esattamente come quando fai del male.
Di conseguenza le cinque parole che compongono questo sigillo sono più che mai chiare: bisogna poi aggiungere anche che funziona anche come potenziatore.
Se, ad esempio, io faccio un incantesimo per fare del bene ad una persona, la scrittura Sator, fatta con inchiostro nero su carta pergamena, in una notte di luna piena che sia dedicata a Venere (per l’amore), Giove (per la giustizia) e il Sole (per tutto ciò che riguarda il guadagno reale o intellettuale), verso l’ora della mezzanotte se c’è l’ora solare o verso l’una se c’è l’ora legale, farà sì che questo incantesimo duri più a lungo nel tempo senza perdere le proprie forze e non venga poi ad assorbire influenze negative dall’ambiente.
Un famoso esempio di sigillo è il triangolo di Salomone (quello dell’abracadabra) mentre un esempio di potenziatore è la croce del Sator (è una scritta dove la parola Sator appare incrociata all’altezza della lettera “t” a formare una croce con tutti i bracci uguali).
In conclusione, il quadrato del Sator è l’unico ad avere tutte due le potenzialità del sigillo e del potenziatore (fonte Maury Evoluzione)

Un quadro pericoloso…

Si racconta che Dostoevskij, contemplando a Basilea il “Cristo nel sepolcro” di Hans Holbein, cadesse in uno stato di deliquio e di disperazione. Quell’occhio spalancato e vuoto, i lunghi capelli disordinati e la barba aguzza e incolta, la bocca aperta congelata nella smorfia dell’agonia e il corpo macilento e ossuto, la mano violacea e i piedi dalle nere unghie, non lasciavano nello spettatore margine di dubbio alcuno. Cristo, il più bello tra gli uomini, era veramente morto e mai sarebbe risorto! “Guardando quel quadro la natura appare sotto l’aspetto di una belva immane (…) che abbia assurdamente afferrato, maciullato e inghiottito, sorda e insensibile, un Essere sublime e inestimabile: un Essere che da solo valeva l’intera natura con tutte le sue leggi, tutta la terra, la quale forse fu creata unicamente perché quell’Essere vi facesse la sua apparizione!”.  (fonte: Rocco Ronchi)

Il sacro Graal

Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una scutella lata et aliquantulum prufunda (Helimand de Froidmont): una tazza, un vaso, un calice [errore: un calice non è “largo e alquanto profondo”, ndR], un catino. .. simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e, come l’inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il “Calderone di Dagda” ..: Re Artù andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell’Eucarestia e – sorprendentemente – la Vergine Maria. .. Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”: nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta. [errore: in realtà è un modo per dire che la Grande Madre è puro spirito, e il corpo di Maria non era che il contenitore della Grazia.]. 

..Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190 in Perceval le Gallois ou le Compte du Graal; .. Solo nel successivo Joseph d’Arimathie .. scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell Ultima Cena, in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. .. la coppa aveva già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzata da Gesù: “Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (…) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome”. .. Il Graal è associato (o “è” tout court) a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio . Le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l’aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l’acqua cambierebbe colore . Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere. 

.. [Il Graal è] in relazione con una terra chiamata “Sarraz”, impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma si vede da lontano il Grande Nilo”; il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti – afferma l’autore – ebbero origine i Saraceni. Intorno al 1210, nel poema Parzival, il tedesco Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni. Non si tratta di una coppa, bensì di ” una pietra del genere più puro (…) chiamata lapis exillis. .. Il termine lapis exillis è stato [erroneamente – cfr. sotto, ndR] interpretato come “Lapis ex coelis”, ovvero caduta dal cielo&quot: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici tra l’uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata nella Ka’ ba è l’oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine “Pietra dell’esilio” [“lapis exiliis”, appunto ndR] per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a Oriente, l’Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista, simboleggia il “Terzo Occhio”, organo metafisico che permette la visione interiore.

..Durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido “convertito al cristianesimo”, e quell’oggetto gli era particolarmente caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d’Arimatea aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d’union tra la religione celtica e quella Cristiana. .. Giuseppe affida la coppa a un guardiano soprannominato “Ricco pescatore” o “Re Pescatore” perchè, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. .. Secoli dopo, nessuno sa più dove si trovi il “Re Pescatore”: il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland (“La terra desolata”), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Il Wasteland è stato scatenato dal “Colpo Doloroso”, ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la Lancia di Longino (in altre versioni, da Re Varlans con la Spada di Davide) nei genitali del “Re magagnato”. .. Per annullare il Wasteland – spiega Merlino ad Artù – è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un Cavaliere (Parsifal “il Puro Folle”, o Galaad “il Cavaliere vergine”) occupa allora lo “Scranno periglioso”, una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l’annientamento) solo “il Cavaliere più virtuoso del mondo”, colui che è stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di prove “perigliose”, .. Parsifal rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande “Che cos è il Graal? Di chi esso è servitore?”, contravvenendo così al suggerimento evangelico “Bussate e vi sarà aperto”. Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. .. Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d’aria). Il destino del Graal. Intorno al 540, dunque, stando alla “Materia di Bretagna” il Graal fu riportato in Medio Oriente. Per secoli non se ne sentì più parlare, finché, verso la fine del XII secolo, esso balzò (o tornò) improvvisamente alla ribalta. Come mai? .. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l’Europa e vi si diffuse. C’è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e riportato nel Vecchio Continente. .. Quelli che seguono sono i nascondigli più probabili:

  • Il. castello di Gisors. I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. ..
  • Castel del Monte. I Cavalieri Teutonici – fondati nel 1190 – erano in contatto sia con i mistici Sufi – una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana – sia con l’ illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all’Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo. ..
  • Takht-I-Sulaiman. ..il Castello del Graal descritto – al solito – da Wolfram Von Eschenbach, è sorprendentemente simile a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro. Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zarathustra adoravano il simbolico “Fuoco Reale”, fonte della conoscenza. [cfr. Artù e il dio del fuoco, ndR] Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica Sarraz, da cui il Graal (il Fuoco Reale ?) giunse, a cui ritornò, e dove forse si trova ancora.
  • Cattedrale di S.Nicola a Bari. Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l’eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica.. la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d’abbondanza [San Nicola = Santa Klaus = Babbo Natale, ndR]).. . Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l’edificazione di una basilica a Bari: ..sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della “Materia di Bretagna”) si trova l’immagine di Re Artù e un’indicazione stilizzata del nascondiglio; la tomba di San Nicola continua a emanare un liquido chiamato “manna” che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.

Ricapitolazione delle caratteristiche del Graal

  1. Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti.
  2. La tradizione sull’esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell’Asia, del Nord Africa e dell’Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi diversi (la “Lampada di Aladino”, il “Vello d’Oro”, l'”Arca dell’Alleanza”, la coppa “Amonga” dei Sarmatiani del Caucaso). In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso.
  3. Le varie leggende a proposito del Graal (Tuatha De Danaan, Smeraldo di Lucifero, Occhio di Shiva, eccetera) concordano nel conferirgli un origine ultraterrena. .. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli (“vi ci si può abbeverare e vi ci si può versare”), forse supportato fisicamente da un testo scritto. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l evangelizzazione del mondo barbaro, operata dai missionari (Giuseppe d’Arimatea), stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote (Merlino), o ancora, la cacciata dall’Eden (il Wasteland) e la successiva redenzione grazie all’intervento di Gesù. .. per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di fertilità; .. Per Adolf Hitler era uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e i fautori dell’ipotesi extraterrestre è un’apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. E, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un altra cosa…

Linea di sangue

Una delle possibili etimologie di Graal comprende l’attributo “San”: “San Graal” sarebbe l’errata trascrizione di “Sang Real”, ovvero “Sangue Reale”. Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto nella coppa, ma per altri commentatori il termine sangue designa una dinastia (per Dion Fortune, quella dei sacerdoti di Atlantide). La stirpe .. è quella di Gesù. Salvatosi dalla crocefissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. .. lungi dall’essersi estinti nel 751, i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un’antica società iniziatica denominata Il “Priorato di Sion” .. i membri del Priorato – di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, .. Leonardo da Vinci, .. Victor Hugo, Claude Debussy.. – costituiscono una “Sinarchia” o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte (politiche o d’altro genere) dei governi ufficiali.       (fonte: 1phoenix)

La pietra degli sciamani (Moqui balls)

Queste pietre formatesi circa 120-150 milioni di anni fa, sono state rinvenute alla base del Navajo Sandstone, di forma sferica e superficie ruvida. È composta da un massiccio deposito ferroso naturale (parte esterna), e all’interno un finissimo composto arenario color corallo. Le Moqui balls sono alquanto simili per forma e proprietà energetiche alle : Boji stones, Kejapo stones , chiamate anche Moki marbles o Pietre dello sciamano. Si ritiene che siano potenti alleati nel cammino di evoluzione personale e nelle situazioni di guarigione. Nell’individuale lavoro spirituale, queste pietre si connettono con l’energia della terra. Hanno un’emanazione energetica bilanciata, stabilizzante ed energizzante. Protettive , assorbono negatività e accumuli di campi energetici, purificandoli e rinnovandoli. L’arenaria, (nucleo della Moqui balls) è una sabbia (silicio), paragonabile come proprietà al cristallo di rocca (pietra riequilibratrice). L’abbinamento ossido di ferro (parte esterna) e silicio (parte interna) color rosa, è fortemente riequilibratrice di Sushuma ( canale centrale dell’energia dei chakra). Si legge che gli sciamni nativi d’america usassero queste pietre per le iniziazioni e per le interazioni con le guide animali. Se collocate al 1° e al 7° chakra, le loro vibrazioni purificheranno tutti i centri energetici, riattivando e equilibrando il flusso di energia lungo la spina dorsale. Se posta sul 6° chakra (terzo occhio) favorirà la chiaroveggenza, le percezioni di eventi distanti e vite precedenti. Le Moqui dal sottile effetto magnetizzante sul campo magnetico, ci sgombrano e ricaricano le zone dove sono poste. Efficaci (se tenute tra le mani) durante i viaggi interiori e durante le meditazioni. Poste sotto il cuscino favoriscono il sonno ed il ricordo dei sogni al risveglio, esse amplificano l’abilità individuale nel vedere oltre il velo delle apparenze, fino al cuore della verità.  (by oib)

Clavicula Salomonis Un testo arcano attribuito a Salomone.

E’ sicuramente il trattato magico più diffuso e conosciuto di tutta l’area mediterranea. La sua popolarità è dovuta anche al fatto che esso è un vero e proprio manuale pratico di magia che accompagna passo per passo l’aspirante mago: descrivere come preparare se stesso e gli strumenti per le operazioni di magia, quali formule impiegare, di quali simboli e sigilli munirsi per difesa, come conversare con gli spiriti evocati, ed infine cosa chiedere. Le origini della Clavicula sono di certo molto antiche. Molte delle cerimonie e dei rituali descritti sono molto simili a quelli utilizzati dai, caldei, dai babilonesi e dagli ebrei. Tuttavia l’attribuzione del testo al re Salomone è da considerarsi senza dubbio leggendaria. La prima citazione storica certa della Clavicula risale allo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel primo secolo d.C. Successivamente fu citato dallo storico bizantino Michele Psello, e poi ancora ne Le Grand Albert, attribuito ad Alberto Magno, in cui sono riportate delle formule attribuite ad un certo Aronne Isacco,mago di corte dell’imperatore di Bisanzio Manuele I Comneno, che le aveva tratte a sua volta da un testo antichissimo, che con tutta probabilità era proprio il testo che oggi va sotto il nome di Clavicula Salomonis. Della Clavicula esistono, proprio per la sua grande diffusione, copie in differenti lingue, dal francese all’italiano, dall’inglese al tedesco. La maggior parte di questi manoscritti è custodita nel British Museum di Londra o nella Biblioteca dell’Arsenale a Parigi; altri invece fanno parte di collezioni private o di biblioteche sparse un pò in tutto il mondo. Per il suo carattere evocatorio e diabolico, la Clavicula venne proibita nel 1559 dall’Inquisizione come opera pericolosa. Nonostante questo, però, la prima copia stampata fece la sua apparizione a Roma nel 1629.   (fonte: Miti e Leggende)

La Mappa di Soleto, la più antica dell’Occidente

E’ la più antica mappa del mondo occidentale che sia mai stata scoperta. Ha più di 2.500 anni. Su di essa è disegnata una parte dell’Italia meridionale, in particolare la Puglia. E’ conosciuta come la Mappa di Soleto e si trova su un vaso di terracotta in ceramica scura ed è grande poco più di un francobollo. Il reperto archeologico è stato scoperto circa due anni fa da un archeologo belga, Thuierry van Compernolle della Università di Mintpellier. Nonostante alcune indiscrezioni circolate negli ultimi mesi sulla caratteristiche e sull’età della mappa fino ad ora non se ne sapeva molto.
“Ora possiamo divulgare la notizia, perché siamo certi che questa è la più antica carta del Mediterraneo e più in generale della civiltà occidentale”, ha spiegato il ricercatore al News Telegraph, che ha reso noto la scoperta. La mappa, esattamente come una carta dei nostri giorni, riporta diverse località con il loro nome ed è scritta in greco antico e in parte in messapico, la lingua della Messapia (terra di mezzo), ossia l’antica penisola salentina, posta tra il mondo greco ed il territorio occupato dagli Itali.
Il mare sul lato occidentale e Taras (oggi il Golfo di Taranto), sono scritti in greco, mentre il resto dei nomi in messapico. Il mare sul lato opposto della penisola, lo Ionio e l’Adriatico, sono rappresentati con delle linee a zigzag. E’ interessante il fatto che vi sono diverse le località disegnate sulla mappa che ancora oggi esistono più o meno nelle stesse aree con i medesimi nomi, quali Otranto, Soleto, Ugento e Leuca, oggi Santa Maria di Leuca.
Oltre ad essere la più antica mappa proveniente dal mondo classico, la Mappa di Soleto è anche la dimostrazione che gli antichi Greci erano realmente interessati nel rappresentare aree realmente esistenti e lo fecero ancora prima ancora dei Romani. Dalla letteratura era noto che tra i Greci fosse ben chiaro il concetto di mappa, ma fino ad oggi non ne era mai stata scoperta una con così chiari riferimenti.
Questa scoperta ripropone agli storici da un lato il problema di riconsiderare gli inizi dell’antica cartografia, dall’altro di reinterpretare e approfondire le relazioni che vi erano tra le popolazioni della Messapia e i vicini Greci. Secondo un’ipotesi, infatti, i Messapi, potrebbero essere giunti proprio dalla Grecia con la quale avrebbero sempre tenuti stretti contatti e il loro linguaggio potrebbe essere una elaborazione di un dialetto dell’Illiria, la regione corrispondente all’attuale fascia costiera orientale del mare Adriatico.
Ma di quanto sono antecedenti le più antiche mappe finora conosciute? Gli storici della cartografia hanno fornito differenti versioni su quelli che possono essere considerati i documenti cartografici più antichi del mondo. Nel 1963 durante scavi presso la località di Catal Hyuk, nell’Anatolia centrale, venne alla luce una rappresentazione murale di circa tre metri di lunghezza, la cui datazione al radiocarbonio venne determinata al 6200 a. C. circa. Secondo l’interpretazione degli studiosi la mappa mostrerebbe in primo piano un insieme di abitazioni (circa 80) e sullo sfondo un vulcano a doppio cono con i fianchi ricoperti di massi in eruzione. (fonte: Repubblica.it)

La prima impronta umana

L’impronta fossilizzata, scoperta lo scorso luglio nei pressi del lago Valsequillo, nel Messico del Sud, potrebbe non essere di natura umana. Secondo Paul Renne, studioso esperto di cronologia geologica, i dati divulgati precedentemente dal geologo Thomas Higham, ricercatore presso l’Università di Oxford, sarebbero errati. L’impronta scoperta, infatti, non sarebbero vecchi di 40mila anni ma di almeno 1 milione e 300 mila anni fa.
L’analisi, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, sarebbe ancor più importante se si pensa che in quell’epoca, in base alle nostre attuali conoscenze, nel Nuovo Mondo non esistevano ancora insediamenti umani. Ma allora di chi sono quelle impronte? I ricercatori brancolano letteralmente nel buio.
“E’ molto improbabile – spiegano i ricercatori – si tratti di impronte umane. Potrebbe trattarsi tuttavia di un segno lasciato da una qualche specie di ominide simile in maniera impressionante agli umani. Magari proprio un nostro progenitore”. Per la paleoantropologia sarebbe in ogni caso una scoperta straordinaria perché i fossili più antichi di Homo Sapiens, quelli rinvenuti in Africa, hanno appena 160mila anni.
Intanto sul Web c’è chi, con non poca fantasia, ritiene quelle orme un segno lasciato da una civiltà a noi ancora sconosciuta, magari una civiltà aliena venuta in visita sul nostro pianeta quando noi ancora non eravamo poco più che scimmie. (fonte: GiornaleTecnologico)

 

 

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